Tuesday, 06 December 2005 00:00

C’era, dal 1944, il settimanale Human Events – è Human Events che detiene il record di anzianità dei periodici conservatori – e c’era The Freeman, in tesi ancora più antico. Nacque dal genio di Albert Jay Nock negli anni Venti e tornò negli anni Cinquanta. Ma né l’uno né l’altro, il primo con taglio fortemente, quasi esclusivamente politico, il secondo dichiaratamente libertarian, incarnavano ancora la “casa comune” che i conservatori cercavano. Quella sarebbe venuta dieci anni esatti dopo Commentary, allorché William F. Buckley jr. fondò National Review nel 1955. La sinistra, dunque, padroneggiava anche nelle edicole e Commentary ne era il giocattolo destinato a conquistare alla “rivoluzione” soprattutto i tipi con la puzza sotto il naso. Oltre a Podhoretz, Commentary ha avuto pure un secondo padrino nobile in Irving Kristol. Insomma, la crème della nuova intellettualità neo liberal del tempo. Ma il tempo è trascorso e i neo liberal di ieri si sono profondamente trasformati. E con essi si è trasformata anche la loro creatura più vivace, attiva e incisiva, appunto Commentary. Dalla metà degli anni Settanta, infatti, Commentary è divenuto il veicolo di diffusione più noto ed efficace del pensiero neoconservatore. Vale a dire di quel pensiero che approdava convintamente (sempre più convintamente) alla destra dopo un lungo e tortuoso peregrinare per le vie anguste e accidentate della sinistra, fornendo menti e braccia fresche alla causa del conservatorismo. Certo, non in maniera indolore come mai sono indolori passaggi traumatici e innesti difficili come questi, eppure in modo assolutamente efficace. E soprattutto – non tanto con il senno di poi, ma con la distanza che il trasformarsi della cronaca in storia consente – in maniera intelligente, quasi provvidenziale. Il conservatorismo classico ha riservato ai neocon di Commentary un doppio trattamento, iniziando comunque sempre dalla circospezione. Una parte di esso ha guardato, atteso, soppesato e alla fine scelto di collaborare, di unirsi, di fondersi con esso pur preservando – com’è ovvio e giusto – le differenze. Un’altra parte – quella che, con chiare e precisa intenzione polemica, scelse poi di definirsi paleocon – ha optato per lo scontro frontale. Nacquero così quelle che dalla fine degli anni Ottanta (forse addirittura prima) sono state definite “guerre conservatrici”. Certo, sanguinose, infide e cariche di troppe vittime su ambo i fronti come lo sono tutte le guerre, in special modo quelle dette “civili”. Eppure dopo anni una certa pacificazione è pur giunta. Ovvio, difficile, “armata” e un poco sospettosa come lo sono tutte le pacificazioni, ma come tutte le vere pacificazioni sostanziale. Oggi il conservatorismo statunitense sarebbe un’altra cosa senza i neocon. Qualcuno dice che sarebbe meglio, ma di sicuro non è possibile dimenticare questo: se lo “splendido isolamento” in cui il conservatorismo classico americano si è sempre cullato (anche giustamente) ha offerto più di un aspetto virtuoso alla riflessione sul senso di sé operato dai conservatori nel Novecento, ciò è stato possibile perché fuori, sui confini, ai check point e nei ridotti strategici hanno vegliato, debitamente attrezzate (cioè armati) le sentinelle neocon e i loro antenati. Forse un poco più ruspanti di altri raffinati meditatori, ma molto, molto efficaci. A sessant’anni dalla fondazione di Commentary è giusto però anche premiare la specificità che quella testata ha avuto e conservato nel panorama neocon, unendo, forse in maniera unica, audacia politica e affinatezza intellettuale. Con una importante coda. Per molti versi quintessenza dell’ebraismo intellettuale statunitense, il neoconservatore Commentary (e tra i neocon il dato ebraico è importantissimo) ha avuto in più occasioni il coraggio di gettare significativi ponti verso quei cristiani che costituiscono la magna pars del conservatorismo classico nordamericano.E non è poco.

 

Marco Respinti

in L’Indipendente, Roma 6-12-2005, p. 2

 
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