| Saturday, 19 November 2005 00:00 |
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La “casa comune” Praticando, soprattutto oggi, il trasversalismo tra le varie correnti della Destra, per molti NR si è fatto irritante: ma Buckley ha sempre saputo che questo è l’unico modo per non condannarsi al ghetto. Del resto, se nonostante le avversità e le ostilità il conservatorismo ha saputo uscire dal proprio cantuccio costruendo quella che oggi viene chiamata “Right Nation” lo deve proprio al periodico di Buckley. A quel manipolo di coraggiosi che negli anni Cinquanta riesumò dal dimenticatoio il conservatorismo NR fornì una “casa comune” accogliente. Esistevano sì periodici quali The Freeman, The American Mercury e Human Events, ma tutti difettavano di qualcosa. O privilegiavano una delle correnti della Destra a scapito delle altre, o prestavano il fianco a quello che Umberto Eco avrebbe poi da noi definito “ur-fascismo”, o mancavano del giusto carisma. NR, invece, nacque già autorevole. Molto lo si deve all’affascinante, esondante personalità del suo fondatore, chic quanto basta e irriverente quanto necessario più e meglio di tutti gli altri, maestro nel costruire reti di uomini e di ambienti, e praticamente perno di ogni iniziativa conservatrice – associazione, think tank, pubblicazione, comitato – soprattutto alle origini del movimento, tanto che non è un azzardo dire che senza NR il “movimento” non ci sarebbe stato . Molto lo si deve pure a uno stuolo di firme e di collaboratori di primo piano, la crème del conservatorismo, ivi compresi i grandi intellettuali e gli accademici. Da NR ci sono infatti passati tutti, letteralmente. Poco o tanto che abbia scritto sulle sue pagine, chi ha saputo dire qualcosa alla Destra in ogni sua forma, alla cultura vera e al Paese intero è passato da NR, ovvero chi non ci è passato è rimasto ai margini. Pregio e difetto al contempo, la forza di NR è stata questa per 50 anni. I primi, certamente, di una carriera ancora lunga. È davvero difficile sottovalutare infatti il ruolo svolto dal settimanale (poi quindicinale), nel trasformare gli Stati Uniti dando tribuna ai conservatori. Difficile quindi sottovalutarne il ruolo nella trasformazione, a ricaduta, dell’intero mondo occidentale. Senza Buckley e NR, il conservatorismo elaborato teoreticamente da luminari del pensiero (uno per tutti: Russell Kirk, il “padre” della rinascita conservatrice che precedette di un soffio il lancio del periodico) sarebbe rimasto pane per soli accademici (tant’è che un tipo schivo come Kirk scrisse per decenni su NR, divulgando lì i propri corposi tomi). Senza Buckley, l’anticomunismo non sarebbe stato il tema decisivo della Destra americana del dopoguerra. Fu infatti su NR che l’ex trotzkista morto cattolico James Burnham coniò l’espressione “Terza guerra mondiale” ribattezzando così quella che in un dibattito pubblico sulla “Dottrina Truman” il finanziere Bernard Baruch definì “fredda” nell’aprile 1947. Neofusionismi A causa di questo, NR ha patito forti emorragie. Clamorosa quella dei libertarian. Ma sarebbe semplice, e triste, immaginare cosa sarebbe il mondo oggi se non vi fosse stato Ronald W. Reagan alla Casa Bianca. E Reagan cominciò a essere il Reagan degli anni Ottanta (e non più l’ex governatore della California) proprio dalle pagine di NR, quando all’indomani della sconfitta elettorale di Barry M. Goldwater nel 1964 ne raccolse lo scettro dalla polvere. Il “Goldwater for President” e la sua politicizzazione del credo di NRfu del resto un’altra creazione di Buckley. Negli anni, infatti, la “casa comune” dei conservatori divenne la dimora di quel “fusionismo” che Frank S. Meyer elaborò per organizzare e collegare le diverse (e litigiose) anime della Destra e che Goldwater fu il primo a portare nel teatro della politica politicante e di partito. Senza NR, periodico fusionista convinto, sarebbe stato uno sforzo impossibile invece che un cammino accidentato come è stato ed è. In origine, per esempio, NR stava antipatica a quei borghesi liberal e neomarxisti che già covavano l’abiura ma che solo con il tempo si sarebbero spostati a destra facendosi neoconservatori. Ebbene, a partire dagli anni Ottanta i neocon iniziarono la fase finale del proprio cammino verso destra allorché impararono a dialogare proprio con il “fusionismo” di NR – certo, anch’essa maturata – e così oggi sono finiti addirittura per assomigliare, mutatis mutandis, a NR delle origini. E a generare, assieme alla “vecchia guardia”, quel “neofusionismo” che è il volto attuale della Destra statunitense. Noi, il Popolo Piaceva poco, infatti, quel prendere a calci negli stinchi l’Establishment, tirando pure in ballo Dio: il primo libro di Buckley, God and Man at Yale (1951), lanciò un sasso che non ha ancora finito di farmale contro le derive laiciste e socialisticheggianti della sua alma mater, scuola esclusiva della già esclusiva Ivy League. Piaceva ancora meno quell’anticomunismo viscerale di cui NRfece un vanto non vergognandosi di preferire qualche mazziere alle anime belle del progressismo: nel 1954, con il cognato cattolico tradizionalista L. Brent Bozell (il ghost-writer, nel 1960, del famoso Il vero conservatore di Goldwater), Buckley pubblicò McCarthy and His Enemies; e che il generalísimo Franco e Augusto Pinochet stessero nella Hall of Fame di NR non è mai stato un mistero. Né piaceva quel suo abbracciare “il popolo”. Eppure è sempre stato tutto distintamente americano, patriottico, tradizionale. Tanto per cominciare, “il popolo” di NR è quello dell’incipit della Costituzione federale che oggi i teen-ager si portano sulle magliette come fosse la foto di una rock-star: «We the People of the United States...». E poi, e poi gli USA sono fatti così da sempre, populisti ed élitari assieme, nativist ed enlightened al contempo. Esattamente come lo stesso Buckley. Sulla pelle Buckley ne ha molte, ma senza di lui gli Stati Uniti non avrebbero avuto una “rivista nazionale” che pretendesse di essere, con la giusta arroganza che serve, la voce del Paese autentico. Gli errori sono facilissimi da computare, ma se l’Occidente oggi è quello che è e non peggio lo deve anche a uomini d’ingegno come WFB. Uomini che hanno avuto una idea e il coraggio di non abbandonarla mai. Sia dunque lode ora agli uomini d’ingegno. Marco Respinti in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 4, n. 47, Milano 19-11-2005, p. 3 |