Thursday, 13 November 2003 00:00

 

Neoconservatori giacobini

Questo sparuto ma agguerrito esercito schiera William Kristol, Robert Kagan, Max Boot, Michael A. Ledeen, Lawrence F. Kaplan e Norman Podhoretz. Vecchie lenze, insomma, accanto a più giovani front-runner. William Kristol – figlio d'Irving Kristol, il primo intellettuale ex trotzkysta a rivendicare con orgoglio l'etichetta neocon –, già membro di punta dell’entourage del vicepresidente Repubblicano Dan Quayle ai tempi di Bush padre, è il combattivo direttore di The Weekly Standard, sostanzialmente l’house organ di quella corrente del Partito Repubblicano che da tempo studia da “neo-neocon” e che oggi si pone indiscutibilmente alla testa giornalistica) dei neoconservatori. Kagan, ex Dipartimento di Stato, è direttore dello U.S. Leadership Project del Carnegie Endowment for International Peace e autore di Paradiso e potere. America ed Europa nel Nuovo Ordine Mondiale (Mondadori,2003), l'unica opera neoneocon disponibile in lingua italiana. Boot è Olin senior fellow per i National Security Studies del Council on Foreign Relations di New York. Ledeen, titolare della Freedom Chair dell’American Enterprise Institute for Public Policy Research (AEI) di Washington, è stato definito da Ted Koppel (37 anni di militanza nella rete televisiva ABCNews) un uomo del Rinascimento nella tradizione di Niccolò Machiavelli. Kaplan, già direttore esecutivo di The National Interest – il periodico di politica estera fondato da Kristol padre –, oggi è senior editor di The New Republic, dove si occupa di politica estera e di affari internazionali: con Kristol figlio ha firmato The War Over Iraq: Saddam’s Tyranny and America’s Mission (Encounter, San Francisco 2003), quintessenza dello spirito neoneocon. Podhoretz è, con Kristol padre, l'altro iniziatore storico del neoconservatorismo: oggi senior fellow all’Hudson Institute d’Indianapolis e di Washington, dal 1960 al 1995 ha diretto Commentary. Se non la comunanza generazionale, però, cosa iscrive tutti al gruppo dei "neoneocon"? Secondo Ponnuru, il sogno di una nazione statunitense che giochi il ruolo di «potenza progressista rivoluzionaria» a livello mondiale. Aggiungendo che è difficile scovarne un precedente storico. Se non la Francia degli anni Novanta del Settecento, giacobina. Ma anche i neoneocon non sono un monolite. Ledeen promeno lingetta un’America pronta a spazzare tutto sul proprio cammino. Kristol jr. edulcora l’idea, ritenendo che la costruzione di un impero sia l'unica garanzia per gl'interessi nazionali. Kagan, con disincanto che ha del militare, si pone meno questioni teoretiche e più domande pratiche. Con tanto di risposte: qualsiasi alternativa è peggio dell'egemonia statunitense. E se Kristol e Kagan disprezzano platealmente la Dottrina Wilson, Boot la rivendica apertamente. Ma Eliot A. Cohen, il terzo moschettiere accanto al tandem Kristol-Kagan – direttore a Washington degli Studi strategici della School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University –, inclina palesemente per un orientamento di politica estera ispirato – dice – alla virtù della prudenza. Che Kristol e Kagan contemplano ben poco.

Dentro l'Amministrazione Bush

A favore dell’“impero americano” si schierano David Frum (ricercatore stabile presso l’AEI, dove conduce studi

sull’Amministrazione Bush jr.), Charles Krauthammer (ex speechwriter del Democratico Walter Mondale alle presidenziali del 1980, columnist di The Washington Post e opinionista di The New Republic) e Joshua Muravchik (altro ricercatore stabile dell’AEI), autore di un libro rivelatore sin dal titolo, Exporting Democracy: Fulfilling America’s Destinty (AEI Press, Washington 1991). Tutti e tre, però, si sono dissociati dall’intervento militare statunitense in Kosovo ai tempi di Clinton. Solo ordini di scuderia e fedeltà di partito? Nell’Amministrazione Bush jr., i più legati ai neocon appaiono essere il vicesegretario alla Difesa Paul Wolfowitz (ancora più del titolare del dicastero, Donald H. Rumsfeld) e John McCain, senatore dell’Arizona che nelle primarie del 1999-2000 puntò tutto sull’immagine del soldato- patriota onde ottenere la nomination Repubblicana (ma che poi Bush jr. batté facilmente), oggi presidente della Commissione per il Commercio, la scienza e i Trasporti del Senato. Né Wolfowitz né McCain, comunque, hanno mai sottoscritto la più famosa “crociata” neocon della fine degli anni Novanta del secolo scorso, che fece da spartiacque fra amici e nemici: le sanzioni commerciali alla Cina comunista. E Wolfowitz ha pure pubblicamente sostenuto che Bush padre fece bene, nel 1991, a fermare l’avanzata delle truppe USA in Irak.

Vecchie glorie

Definire neocon Condoleezza Rice sarebbe una concessione all’approssimazione stile “notte in cui tutti i gatti sono bigi” e Colin Powell non è mai nemmeno stato un “falco”. Tra i “falchi” viene invece a volte arruolato il vicepresidente Richard B. “Dick” Cheney, ma è un'altra forzatura. Navigato insider della politica washingtoniana, assomma semplicemente in sé il conservatorismo tipico della provincia statunitense e l’acquolina per il big business. Ogni tanto tornano a fare capolino pure alcune colonne portanti dell’Amministrazione Bush sr. Il generale Brent Scowcroft e James A. Baker III, per esempio, il primo Consigliere per la sicurezza nazionale di Ford e di Bush padre, il secondo ministro del Tesoro con Reagan e Segretario di Stato con il padre dell'attuale presidente. Nessuno li definirebbe neocon. Piuttosto, decifra Ponnuru, incarnano il più rigido pragmatismo, la mera difesa dello status quo che è anatema sia per i conservatori sia per i neocon. A metà strada fra conservatorismo mainstream e pragmatismo alla Scowcroft-Baker si situano poi la vecchia volpe della politica USA Henry Kissinger (mai assente dagli scenari che contano – soprattutto Repubblicani – anche quando non è presente) e la new entry Fareed Zakaria, columnist di Newsweek e autore di The Future of Freedom: Illiberal Democracy at Home and Abroad (W.W. Norton & Company, New York 2003). Sia Kissinger sia Zakaria hanno appoggiato l’attacco all’Irak, ma difficilmente soddisfano i requisiti del perfetto neocon. Zakaria è fra chi sostiene che, prima d’indire elezioni in un Paese non abituato alla democrazia, occorra assicurare la certezza del diritto e operare riforme economiche strutturali che permettano il pieno e maturo funzionamento delle istituzioni rappresentative. Per questo viene annoverato – lui, nato in India da una famiglia di musulmani praticanti – nel campo dei “realisti”. Con lui non è però d’accordo Gary J. Schmitt, “falco”. Segretario del Comitato per la Liberazione dell’Irak, Schmitt è il direttore esecutivo di The Project for the New American Century, il think tank che sta pensando come riorganizzare la leadership USA nel mondo, forte delle analisi di Kaplan, Kagan e Kristol.

“Fusionismo” mainstream

Districarsi nella geografia dei lobbysti del nuovo potere USA è arduo, ma per Ponnuru sia neocon sia “paleo” semplificano troppo. Negli Stati Uniti, chi a destra si è più o meno tematicamente interessato di politica estera non si è mai riconosciuto tout court né nell’uno né nell’altro campo e, osserva l'opinionista, «la maggior parte dei conservatori si è dimostrata “realista”, favorendo politiche estere basate sulla semplice valutazione dell’interesse nazionale». Ne è dunque icona, ancora una volta, il senatore dell’Arizona Barry M. Goldwater (1909-1998), clamorosamente sconfitto alle presidenziali del 1964, ma capace d’imprimere quella decisiva svolta politica che ha addirittura generato l’illusione di un Partito Repubblicano da sempre di destra. Ora, Goldwater fu il primo uomo politico statunitense che comprese quanto una “casa comune” della Destra fosse necessaria a puntellare e a reggere l’urto della sua sfida politica e che quindi scelse di circondarsi, in veste di consiglieri a diversi livelli, di esponenti del mondo conservatore vari e diversi gli uni quanto lo è l’altro. Ovvero di “autorità naturali” di quel corpo sociale e di quel milieu culturale, così come di suoi “rappresentanti” più o meno “formali”. Per esempio, il tradizionalista Russell Kirk (autore di alcuni discorsi di Goldwater), Frank S. Meyer (teorico della fusione fra tradizionalismo e Libertarianism), William A. Rusher (editore di NR), Ayn Rand (teorica dell'anarco-capitalismo ateo e arci-individualista), Milton Friedman (Nobel per l'Economia), William F.Buckley (fondatore e direttore di NR), L. Brent Bozell (cattolico tradizionalista, autore del libro-programma di Goldwater, Il vero conservatore, del 1960, tradotto in italiano da Henry Furst per "Le Edizioni del Borghese" nel 1962), Gerhart Niemeyer (filosofo della politica voegeliniano, collaboratore del Dipartimento di Stato) e Harry V. Jaffa (politologo straussiano “egualitarista”). Del resto, fu proprio NR a lanciare l'idea «Goldwater for President». Il senatore dell'Arizona, cioè, è stato l’uomo che del “fusionismo” meyeriano ha fatto la “dottrina ufficiale” del conservatorismo politico USA e di quei settori del Partito Repubblicano che hanno scelto d’imitarlo, piegandosi sul “movimento” e sul “popolo”.

National Review dice: «Stop!»

E il conservatorismo mainstream definitodal “fusionismo” e dal goldwaterismo, sostiene Ponnuru, è quello che oggi (ma anche ieri) anima NR, la più antica, letta e autorevole – ancorché, il va sans dire, criticata – voce mediatica della Destra. NR flirta da tempo con i neocon, e a volte sembra giacere con essi, ma – dice Ponnuru dalle sue stesse pagine – rivendica invece il “realismo conservatore”. E «il suo potere reale sta nel fatto che la maggior parte dei conservatori – elettori comuni così come funzionari pubblici – tendono istintivamente ad allinearsi a essa». Il realismo mainstream rappresentato da NR, del resto, sta agli antipodi del  ragmatismo alla Scowcroft-Baker e «la cifra del realismo conservatore in politica estera è l'essere basato sulla prudenza piuttosto che sull’ideologia». Il che riporta ai predicamenti di Russell Kirk, padre storico del conservatorismo, decisamente non neocon e per anni pilastro di una NR che un avversario irriducibile del neoconservatorismo come Patrick J. Buchanan – public enemy n.1 “paleo” dei neocon – ricorda con nostalgia. Ma che forse sta tornando, se la linea Ponnuru è quella vincente. E in politica estera realismo significa flessibilità. Dipende, insomma. Dalla posta in gioco e dallo scenario internazionale. Così, il neoisolazionista Buchanan non può certo essere accusato di ubbie neocon se e quando consiglia una politica di contenimento armato dell'enigmatico Iran, che se non è il «Delenda Carthago» auspicato da Ledeen, non è certamente nemmeno l'indifferentismo predicato da altri.

Gruppi senza più pressione.

Per Ponnuru, però, la guerra al terrorismo ha congelato il dibattito interno. E certo non a favore dei neocon. Oggi gli USA sono impegnati «in una guerra per proteggere un interesse nazionale vitale: la sicurezza fisica dei nostri compatrioti ». Ogni altro wilsonismo è fuori luogo. Ma, soprattutto, non spiega questa politica estera USA. Una (mezza) conferma – non sospetta – viene appunto da Buchanan, che non perde occasione per rilevare e per sottolineare le divaricazioni fra Bush e i neocon. Se l’inizio dell’idillio è databile al gennaio 2002, l’avvio delle pratiche di divorzio coinciderebbe con l’ingresso a Baghdad delle truppe statunitensi. La bellicosità neocon contro Damasco, forte alla vigilia, è svanita di botto. Più nulla si è fatto contro Teheran. E Richard Perle, “falco” tra i “falchi”, ha visto ridimensionato il proprio ruolo pubblico da quando, in marzo, si è dimesso dalla presidenza del Defense Policy Board (consulente del Pentagono) in seguito a uno scandalo per conflitto d’interessi. Né i grossolani attacchi portati da Newt Gingrich contro Colin Powell, accusato davanti al pubblico plaudente dell’AEI, di appeasment verso la Siria, sono stati raccolti dal presidente. Gruppo di pressione, una volta esauritasi la pressione i neocon sembrano tornati semplicemente un gruppo.

Domande più che risposte Una cosa è certa.

Bush è quello che è senza che sia necessario trasformarlo in un neocon. A volte le sue valutazioni si avvicinano alle loro, a volte no. I neocon sono potenti – talora e taluni potentissimi –, ma nei favori del potere vanno e vengono. Non sarà, allora, che, più che ostaggio dei neocon, la politica estera dei presidenti Repubblicani che guardano al conservatorismo mainstream ne sia la domatrice? Capace di farli ballare a comando come il proverbiale orso, persino permettendo loro di ruggire così da illuderli, salvo poi rinchiuderli in gabbia quando non servono più? E, quindi, che se tutto questo è vero, se NR e Ponnuru sono quello che sono, se oltre a NR esistono altri “rappresentanti” del mondo conservatore mainstream veicoli del “fusionismo” di popolo (il settimanale Human Events, l'Intercollegiate Studies Institute di Wilmington in Delaware, The Heritage Foundation di Washington, etc., etc.), forse significa che, usati i falchi per cacciare gli avvoltoi, il potere politico che ha scelto di dialogare con il “movimento” e con il “popolo” abbia propiziato (anche indirettamente, anche “incoscientemente”) lo scritto di Ponnuru, la cui comparsa proprio su NR è di peso non comune? Se fosse, sarebbe un segnale inequivocabile. Del fatto che i neocon appaiono molto potenti quando i loro indirizzi politici coincidono con quelli della Casa Bianca, più deboli quando il presidente fa di testa propria. L’ultima cosa da fare, quindi, è farli coincidere sempre e per forza. •

Marco Respinti

in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 2, n. 37, Milano 13-11-2003, p. 1 e 10

 
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