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Cerchiamo di capire perché, a presentare il cambio di rotta, il premier ha spedito Gianni Letta

È finita un'epopea politica:

quella dell'ottimismo per forza

La stagione delle rinunce mette in crisi l'impianto strategico sul quale
il presidente del Consiglio ha sempre costruite immagine e fortune

 

Piaccia o meno, la politica italiana degli ultimi 16 anni è stata contrassegnata dall’astro di Silvio Berlusconi, e ancora lo è. È Berlusconi che, nel bene o nel male (fate voi), ha per più di tre lustri stabilito il tavolo del gioco, le regole e pure le eccezioni. È Berlusconi che a lungo, oramai si va per il ventennio, ha deciso l’ordine del giorno, le priorità e i temi da relegare in coda. È Berlusconi che ha plasmato la cosiddetta “seconda repubblica” dando ragion d’essere sia alla Sinistra, unita solo dall’avversione nei suoi confronti come raramente è capitato nella nostra storia patria, così come a quel Centrodestra che esiste sempre e solo perché esiste lui e che scricchiola sempre e solo perché esiste lui. Anni lunghi e brevi, in cui abbiamo visto tutto e il contrario di tutto fuorché la noia.

Ora però un nodo, almeno uno, viene al pettine, ed è uno di quelli intricati, rognosi, difficili da svicolare all’italiana come siamo bravissimi di solito a fare. Stavolta non è infatti un problema di strategie, una questione di alleanze, una baruffa da legge elettorale, neppure una mera questione di leadership. Cioè, spesso, aria fritta. Stavolta è cosa vera, reale, concreta, hard. Si chiama “fuoco greco”, ed è la paura di finire come i nostri vicini ellenici travolti nel giro di una notte dalla crisi di uno Stato intero che se non fossero intervenuti gli aiuti internazionali (cioè le somme erogate da banche centrali straniere dopo essere state prelevate dalle tasche di cittadini che nei loro Paesi fan fatica a tirare la fine del mese) sarebbe andata a finire come i bond argentini. Il “fuoco greco” minaccia di fare terra bruciata anche da noi e così l’Italia s’impone la svolta draconiana aprendo la “fase Churchill”: «Non ho altro da offrirvi che sangue, lavoro duro, lacrime e sangue», proclamò il neo-premier britannico ai cittadini d’Albione entrando alla Camera dei Comuni per la prima volta da capo del governo il 13 maggio 1940. Pendeva allora la Seconda guerra mondiale, certo, ma non è che la crisi globale dell’euro (di cui il “fuoco greco” è solo la prima avvisaglia, e dietro il quale s’intravede vacillare l’intero complesso sistemico di Stati e banche centrali) sia una passeggiata. Epperò una differenza c’è.

Promettendo stridore di denti ai britannici, Churchill ci mise la faccia, tanto che il Paese impiegò poi ben poco a dargli, non appena ne ebbe la possibilità, il benservito nelle lezioni del 1945, una volta finita (o percepita tale) l’emergenza. Il “sacrificio” supremo chiesto invece oggi dal governo agl’italiani è in cerca di autore. Sembra non avere padri, o quantomeno non venire dai lombi di chi ha sin qui mostrato di saper tirare sempre e comunque il carretto. Non c’è la firma, insomma, di Berlusconi, non di pugno. È toccato a Gianni Letta vestire gli scomodi panni del Sir Winston nostrano per dire “la ricreazione è finita”. Perché? Perché i panni del guastafeste a Berlusconi non si addicono; meglio: non li vuole indossare. Mica per cattiveria, ma giocoforza.

Berlusconi ha sempre cavalcato le scene italiane con uno stile unico ed è riuscito a restare comunque in sella, o a rimontare prontamente dopo essere stato disarcionato, grazie a un modo inedito di fare politica. Il suo è stato sovente definito uno stile “impolitico”, ma sono solo parole in libertà. Lo verve di Berlusconi, assolutamente arcipolitica, ha sempre contato sull’enfasi posta sul “fare”, sul rimboccarsi le maniche con gioiosa laboriosità, sull’ottimismo a 32 denti speso in  circostanze opportune così come in frangenti inopportuni, insomma sulla retorica della ripresa permanente e sulla narrativa del “miracolo italiano” servito dall’“azienda Italia” a se stessa a pranzo, a cena e pure a colazione. Ma adesso che si profila l’ora del piatto di lenticchie Berlusconi non c’è. Come fa infatti la sua oratoria, il suo carisma, l’impianto intero della sua proposta a conciliarsi con i tempi di magra? Semplice, non si concilia affatto. Non regge l’urto. Canto del cigno del berlusconismo? Tutto è possibile, soprattutto in politica, anzitutto in Italia. Ma a fare le cassandre ci si rimette sempre, soprattutto in politica, anzitutto in Italia. Di certo c’è solo che l’asso vincente con cui il premier riesce da lungo tempo a scombinare i giochi già fatti dei palazzi ora è fuori corso. Serve altro. E qualcuno si chiede: serve ancora Berlusconi? Si prevedono temporali.

Anche perché questo scenario che incombe più sulle sorti politiche del Paese che sulle sue finanze  un occhio di attenzione allo Stato di salute dei cittadini dovrà pur riservarlo, in primis alla loro capacità di tenere botta. Se infatti Berlusconi è riuscito per svariati anni ad affascinare gli elettori, riconquistandosi il loro voto uno a uno e con cifre sorprendenti proprio quando lo si era dato per spacciato, ciò è costantemente accaduto perché il premier ha saputo investire con maestria su se stesso, vivere di rendita sul proprio personaggio, alimentare il sogno che egli ha quotidianamente incarnato con la sua stessa presenza fisica. La promessa, cioè, di rinnovare per intero il Paese attraverso una riforma complessiva della cosa pubblica fondata anzitutto sul ridimensionamento dello Stato e della pressione fiscale sui cittadini. Il famoso popolo delle partite IVA potrebbe cioè trasformarsi in un esercito di Robin Hood che di manovre e di manovrine hanno piene le tasche appena svuotate dal fisco. Brutta roba, l’evasione, ma quando uno si sente ingiustamente incarcerato tenta di scappare. Benvenga il giro di vite su sprechi e inutilità, ma a quando la riduzione delle imposte che impoverisce e inviperisce gl’italiani? La politica della “fase Churchill” deve cioè decidere se continuare a giocare a guardie e ladri, oppure gridare “liberi tutti” al termine del proprio nascondino.

Marco Respinti


Articolo pubblicato con il medesimo titolo in cronache di liberal, anno XV, n. 100, Roma 26-05-2010, p.5

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