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Negli Stati Uniti d’America il movimento antitasse potrebbe ridefinire il bipartitismo

No Obama? Tea Party

Li definiscono la quintessenza del populismo di protesta. Ma la loro è politica allo stato puro

Gira voce che quell’enorme fenomeno di popolo che imperversa da mesi negli Stati Uniti d’America sotto il nome di “Tea Party” sia la mera reazione dell’antipolitica, la quintessenza del qualunquismo populista, la resa totale nei confronti del disfattismo più bieco, insomma la rinuncia a qualsiasi azione di proposta costruttiva di riforma della cosa pubblica per dare fiato solo ai polmoni della protesta sterile. Gira questa voce, anzi si fa sempre più insistente, ma è sbagliata.

Certo che sì che i “Tea Party” sono reazione e protesta, ci mancherebbe altro, ma la loro offensiva è politica, assolutamente politica, squisitamente politica, addirittura nobilmente politica.

La voce errata di cui sopra si è del resto fatta insistente dopo l’esito del confronto elettorale del cosiddetto “Supertuesday”, il 18 maggio, allorché diversi candidati sponsorizzati dal movimento del “Tea Party” sono riusciti a imporsi su uomini del Grand Old Party (l’altro nome dei Repubblicani) più decisamente legati all’establishment del partito. Per esempio in Kentucky Randal Howard “Rand” Paul, classe 1963, oftalmologo prestato alla politica antistatalista e antiabortista, terzogenito del fuoriclasse Ron Paul, ginecologo pro-life e libertarian attivo in Texas da una vita (e spesso mal sopportato) tra i Repubblicani. Il successo ottenuto da Paul figlio alle primarie intimidisce infatti non poco le sfere alte del GOP, le quali, temendo alle elezioni di medio termine del novembre prossimo di venire superate a destra da personale politico nuovo più legato alla base, si stanno lanciando in una campagna discreta ma non morbida di sostanziale demonizzazione del fenomeno. Se infatti il movimento del “Tea Party” dovesse continuare a crescere anche dentro l’arena politica, l’egemonia comunque esercitata da tempo dai Repubblicani sopra certe aree del popolo conservatore potrebbe vacillare sempre più seriamente. Da qui l’affanno a denunciare il movimento come pericolosa crisi della politica. Epperò, appunto, non è vero.

Il successo di candidati legati, appoggiati o provenienti dal mondo dei “Tea Party”, un successo destinato a crescere, è sì il segno di una crisi, ma non certo quello della crisi della politica. Semmai testimonia senza mezzi termini la crisi del bipartitismo creduto perfetto che da decenni domina apparentemente incontrastato lo scenario politico statunitense.

 

Destra e Sinistra in contromano

A guardarli oggi sembrerebbe che gli Stati Uniti con il bipartitismo ci siano nati, che addirittura esso sia iscritto nel DNA politico della nazione, ma non è affatto così. Di partiti gli Stati Uniti ne hanno conosciuti e ne conoscono molti; molti sono andati, altri sono venuti, diversi si sono trasformati. Tanto per ricordarlo una volta in più, i Democratici come li vediamo oggi sono solo l’esito di quel lento ma costante slittamento a sinistra che si legge distintamente dentro le Amministrazioni guidate da Thomas Woodrow Wilson (1856-1924) e da Franklin D. Roosevelt (1882-1945), e che con John F. Kennedy (1917-1963) e con Lyndon B. Johnson (1908-1963) ha portato a conclusione l’iperbole di un movimento politico di suo nato aristocratico e arciconservatore. Parimenti, il Partito Repubblicano nacque a metà dell’Ottocento su istanze piuttosto progressiste e modernizzanti, e solo a partire dalla campagna elettorale condotta nel 1964 da Barry M. Goldwater (1909-1998) – annunciata in parte dalla cavalcata politica solitaria del senatore Robert A. Taft (1889-1953) – si è spostato, se non altro in diverse sue frange, decisamente più a destra.

Più che di bipartitismo, cioè, negli Stati Uniti è opportuno parlare di bipolarismo, e le due cose non sono affatto identiche. Esistono cioè forze culturali chiare e distinte che propongono soluzioni politiche davvero fra loro antitetiche, ma non è detto che ciò si sovrapponga sempre con perfezione ai programmi dei partiti maggiori attivi sulla scena in determinati momenti storici, né che cioè coincida con la singolare tenzone fra due soli contendenti. Il bipartitismo, cioè, se ben congeniato, può incarnare il bipolarismo, altrimenti ne è la paralisi più svilente.

Quanto sopra comporta dunque storicamente il fatto anzitutto che i partiti politici maggiori degli Stati Uniti si configurino più come federazioni di forze politiche fra loro anche piuttosto diversificate (e sovente su base regionale, ovvero geo-culturale), e non come strutture monolitiche di carattere ideologico, e in secondo luogo che un numero enorme di elettori americani non si senta affatto rappresentato né da l’uno né l’altro, oggi i Democratici e i Repubblicani: una delle ragioni, questa (non certo l’unica e però determinante), che spiega le proverbiali alte percentuali dell’astensionismo elettorale americano.

Ora, la crescita esponenziale di personale politico legato ai “Tea Party” segna l’affermarsi prepotente sulla scena pubblica americana di un fenomeno nuovo. Ovvero l’avvento di una “terza forza” concreta e reale rispetto al bipartitismo imperfetto, la quale ha le carte in regola per scompaginare i giochi oramai stantii della politica statunitense. “Terza forza” si badi bene, non ancora “terzo partito”; ma il passo dall’una all’altro potrebbe anche repentinamente rivelarsi più breve e rapido da compiere del previsto. E questo impone dunque un ragionamento sul Partito Repubblicano.

 

Una storia di amore-e-odio

Nato remotamente, come detto, non certo a destra, esso si è trovato fra anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso esterno e però anche prospiciente un fenomeno nuovo e in crescita veloce: il conservatorismo, che da fenomeno di cultura si è via via incarnato in una storia di popolo la quale a un certo punto ha pure cercato una sponda politica. La sagacia di uomini come Goldwater (più, di fatto, debitori al movimento che alle scuderie di partito) ha reso possibile lo scoccare, pur con circospezione e cautele, di una scintilla di simpatia spesso divampata in un incendio di passione. Per effetto prima di Goldwater in persona e poi della “cultura goldwateriana”, il GOP ha quindi imparato, per amore o per forza, ad articolare quel linguaggio, caro ai conservatori, che parla di Stato limitato, riduzione fiscale e libertà personale. Per forza di cose, quindi, ampie fette del mondo conservatore si sono di fatto trovate schierate con i Repubblicani: mai automaticamente e però sempre più abbondantemente, soprattutto in presenza di uomini politici convinti e credibili.

Sono però passati gli anni, e le riforme conservatrici promesse dai Repubblicani in cambio di voti hanno segnato il passo, hanno tardato, a volte sono state appositamente rimandate, insomma il popolo dei conservatori le aspetta ancora come Godot. E così, a fianco dei conservatori amici del Partito Repubblicano, è lentamente ma inesorabilmente sorta anche una fronda, polemica, vivace e assai attiva, spesso organizzata nel non-voto o nel supporto a candidature politiche di bandiera a favore di candidati “puri” e indipendenti.

Questa storia di amore-e-odio tra conservatori e Repubblicani prosegue da più di 50 anni e la controversia interna alla maison conservatrice, che non conosce esclusione di colpi pure bassi, anche. Da un lato stanno i Repubblicani filoconservatori che continuano a chiedere fiducia al movimento, dall’altro ci sono gli scettici che sbattono loro la porta in faccia e nel mezzo sta il popolo degli elettori diviso fra chi è stato fin qui disposto ad accordare sub iudice un voto ancora e chi invece ha scelto da tempo di darsi ad altro.

Oggi però la misura sembra essere davvero colma. Dopo decenni di promesse e di attese, il bipartitismo americano pare avere deluso quasi tutti. I Repubblicani, cioè, non riescono più a strappare fiducia ai conservatori e i Democratici non ci provano nemmeno. E, di suo, il successo (allora) di Barack Hussein Obama ha risposto più a logiche analoghe eppur giocate sul versante sinistro dello spettro politico che non ha un trionfo dei Democratici in quanto partito.

Da questo punto di vista, il senso politico delle cruciali elezioni presidenziali del 2008 è netto: sconfitta secca dei Repubblicani istituzionali (John McCain) per abbandono del campo degli elettori conservatori e buona tenuta invece degli avversari interni (Sarah Palin) per volontà sempre dei conservatori. McCain, infatti, ha perso male, ma avrebbe perduto peggio se la Palin non avesse tamponato in qualche modo una emorragia pericolosissima. Epperò quella tornata elettorale è apparsa subito come decisiva. Vale a dire foriera di cambiamenti enormi.

L’avvento dei “Tea Party”, che sono oggi anche la casa comune di quel personale politico percepito dalla base grassroots come solo temporaneamente prestato al Partito Repubblicano (Palin, Dick Armey, Newt Gingrich, Ron e Rand Paul), è pure il segno dell’insoddisfazione di un elettorato vasto che sin qui ha creduto al bipartitismo imperfetto appoggiando il GOP, ma che ora, dopo che anche con Amministrazioni Repubblicane ritenute amiche (George W. Bush jr.) la spesa pubblica è aumentata mostruosamente, la libertà personale diminuita sensibilmente e la macchina burocratica dello Stato ingigantita decisamente, ha deciso di mettersi in proprio.

Per il momento, gli esponenti politici legati ai “Tea Party” scelgono ancora di stare nel GOP, svuotandolo però per bene dall’interno. Ma se domandi dovessero invece decidere di dare vita a un polo politico nuovo, alternativo? A quel punto la cenerentola della politica americana, il famoso “terzo partito”, che sempre esiste, che nella stragrande maggioranza dei casi è di cultura nazional-conservatrice e che però non ha mai funzionato davvero, potrebbe sorgere a vita vera. E delle due l’una: o i Repubblicani “istituzionali” verranno rapidamente sostituito da conservatori veri che determineranno un cambiamento politico epocale, oppure il GOP si avvierà al declino cedendo il passo a una formazione assai più conservatrice, ma soprattutto più ricca di sostenitori.

 

Nel Regno Unito infatti…

Si guardi, per capirsi, al caso del Partito Conservatore del Regno Unito: la politica indecisa seguita da David Cameron è riuscita a battere di misura i Laburisti (ci voleva poco), ma non a convincere la Destra vera del Paese, evidentemente numerosa (ché sennò avrebbero vinto le Sinistre) bensì scontenta di quanto i Tory le propongono.

Ecco, questo è ciò che ha capito il “Tea Party”: i tempi sono maturi per un superamento di questo bipartitismo, magari persino del Partito Repubblicano. E questo, signori, non è disfattismo, è politica bella e buona. La politica di quella famosa “Right Nation” che non è affatto scomparsa nel 2008, ma che solamente sta pensando di dotarsi di strumenti di battaglia più efficaci.

Qualcuno potrebbe bollare tutto ciò come fantascienza. Possibilissimo. Epperò un dato importante è già accertato: se ieri il popolo conservatore litigava e si divideva fra chi era disposto ad accordare nonostante tutto ancora fiducia ai Repubblicani e chi aveva già deciso di tenersene lontanissimo, oggi nei cenacoli dei “Tea Party”, e soprattutto attorno ai suoi candidati politici, troviamo già di fatto riunite le diverse anime litigiose del movimento, tutte davvero, nessuna esclusa. Non è mai successo: qualcosa di tentativamente simile accadde in origine attorno a Goldwater e poi con Ronald W. Reagan (1911-2004), ma erano altri tempi, altri uomini.

Oggi invece il goldwater-reaganismo potrebbe pensare e quindi decidere di avere trovato dimora altrove, non più insomma nel GOP. In crisi vera è dunque solo la dicotomia Democratici-Repubblicani, non certo la politica, quella cosa che per gli americani (a noi non sembra, ma noi non vediamo) resta sempre tanto seria da spingere le persone e le loro libertà a inventare e a tentare con orgoglio e generosità soluzioni nuove, persino drastiche. Se il “Tea Party” dovesse rafforzarsi generando una forza anche politica d’urto, la storia pluridecennale del mondo conservatore avrebbe raggiunto finalmente una tappa decisiva, inseguita da sempre, sempre sfuggita, ma da ora in poi maledettamente concreta. Fare da sé, lasciando a casa i tromboni. Immaginatevi il futuro.

Marco Respinti

Versione originale e completa dell’articolo pubblicato con il medesimo titolo,
in cronache di liberal, anno XV, n. 116, Roma 17-06-2010, pp. 18-19

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