Giovedì 14 Luglio 2005 00:00

 

Regnery e Kirk erano amicissimi, anzi sodali. Molto più del consueto rapporto tra autore ed editore. Così Regnery riusciva a spuntare, e non solo perché teneva i cordoni della borsa, variazioni editoriali da uno come Kirk, secondo forse solo a J.R.R. Tolkien in fatto di affezione per termini, costruzioni e stili desueti, nonché  inamovibilità nelle scelta linguistiche. Regnery era già riuscito a mutare quel The Conservative Rout (“La disfatta dei conservatori”) con cui Kirk voleva dare alle stampe la sua opera fondamentale in The Conservative Mind. Riuscì quindi a fargli digerire pure Modern Age.

La rivista dei conservatori

Kirk aveva infatti in mente prima The American Conservative, poi The Conservative Review. Né più né meno. Con eco incosciente ma culturalmente coerente di quel periodico, Le Conservateur, con cui René de Chateaubriand prese a divulgare le idee antilluministe di Edmund Burke, questo massimo interprete del  pensiero burkeano, Kirk, pensava di spiattellare così, senza mezzi termini lastessa idea, la stessa avversione alla Modernità. Erano passati solo 4 anni da The Conservative Mind. Il suo successo insperato (fu recensito con spolvero persino su Time, cosa che allora mica accadeva tutti i giorni a libri e ad autori così) cominciava a sussurrare che forse quella dei conservatori non era una disfatta. Eppure la comune degli uomini non era ancora stata raggiunta dalla notizia. Regnery pensò dunque che non si poteva tirare troppo la corda e Modern Age nacque con quel nome. Ma la sostanza era la stessa. A testimoniare la sua “sofferta” incubazione restano, su alcune testate di area e di epoca, le pubblicità preventive con cui si cercò di lanciare quel nuovo periodico. Un bel ricordo per cultori.

Un marziano, un giorno...

Oggi, centinaia di pagine dopo, Modern Age, periodico e titolo, può ben dire di averla vinta quella sfida. Anzi, di aver surclassato tutti gli avversari, ché a sinistra un analogo non esiste. Modern Age è infatti il frutto più maturo e duraturo della grande opera di revisione, approfondimento e analisi che la cultura conservatrice USA ha saputo svolgere su di sé, sulle proprie ragioni e sul senso storico del Paese che la ospita. Il periodico, un trimestrale, ha accompagnato, talvolta preparato, comunque sempre affrontato con intelligenza le questioni alte più spinose del pensiero contemporaneo. È stato la palestra delle giovani promesse di quel mondo quando esse erano appunto giovani e promettenti, quindi tribuna per gli studiosi e i commentatori più affermati allorché i talenti in erba si sono fatti strada, dunque spalto per difendere, con sobrietà e precisione, i confini sacri del conservatorismo. La Destra statunitense ha avuto e ha altri periodici. Prima di Modern Age nacque, nel 1944, il settimanale Human Events (sempre con lo zampino di Regnery). Nel 1953 William F. Buckley jr. lanciò un altro settimanale, National Review. Poi vennero The American Spectator, Chronicles: A Magazine of American Culture, dunque The Weekly Standard e The American Conservative (nella pretesa di ricuperare l’originaria idea kirkiana), persino Crisis, First Things, The American Enterprise, tutti diversi (e litigiosi) e tutti preziosi come sono, con Commentary, che, nato a sinistra, è poi divenuto di destra. Ma nulla è mai stato come Modern Age. Se National Review (alla cui mission si possono idealmente associare tutti gli altri “fogli” della Destra USA) ha saputo diffondere il conservatorismo nel popolo, Modern Age è sempre stato il serbatoio d’idee di quel mondo. Braccio e mente: indispensabile certo l’uno, imprescindibile davvero l’altro. Così, se un giorno un marziano scendesse tra noi per capire cos’è quel conservatorismo americano sbocciato a metà del Novecento e mezzo secolo dopo ancora capace di alimentare quella “cosa” che qualcuno chiama “Right Nation”, il meglio che potrebbe fare sarebbe parcheggiare l’astronave davanti a una biblioteca coi baffi, tuffandosi poi fra le pagine di Modern Age. Ludwig von Mises, Eric Voegelin, Friedrich A. von Hayek, Leo Strauss, Richard M. Weaver, Frank S. Meyer, John Dos Passos, Murray N. Rothbard, Robert A. Nisbet, Milton Friedman, Wilhelm Röpke, Bertrand de Jouvenel, Andrew Lytle, Willmoore Kendall, Erik von Kühnelt-Leddhin, John Courtney Murray, Thomas Molnar, Karl A. Wittfogel, James Burnham, Martin Buber, Donald Davidson e ho-finitolo- spazio gli racconterebbero una storia incredibile. Ma superbamente vera.

 

Marco Respinti

in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 6, n. 28, Milano 14-7-2005, p. 4

 
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