Durante il servizio militare (1941-1945), prestato nel desolato deserto di sale dello Utah, si dedica allo studio della filosofia stoica classica, affinando la propria sensibilità conservatrice e conquistando un concetto di libertà inteso soprattutto in senso morale. Dopo una disputa con i colleghi sugli standard accademici, lascia l’incarico di assistente alla cattedra di storia della Civiltà al Michigan State College di East Lansing, ricoperto dal 1946 al 1953. Dal 1948 al 1952 studia per il dottorato in lettere presso l’antica università scozzese di St. Andrews. La tesi, in versione rielaborata, viene pubblicata nel 1953, con il titolo The Conservative Mind: From Burke to Santayana. L’incontro con Thomas Stearns Eliot (che edita l’opera in Gran Bretagna per i tipi della londinese Faber&Faber nel 1954) convince lo storico delle idee statunitense che il fil rouge del conservatorismo iniziato nelle isole britanniche due secoli prima con Edmund Burke ha il proprio suggello sempre nelle isole britanniche e nella figura del poeta angloamericano. The Conservative Mind viene dunque ampliato in From Burke to Eliot. È una parabola, questa, che offre la cifra dell’operato culturale kirkiano e che ne descrive le caratteristiche peculiari.

Le Americhe, e in esse gli Stati Uniti, non sarebbe alcunché senza il profondo pregresso della civiltà europea classica e giudeo-cristiana. Nani sulle spalle di giganti – come affermava Bernando di Chartres con una massima divenuta la preferita di Kirk –, gli statunitensi costituiscono la “riserva” coloniale dell’ethos europeo. L’Europa ha varcato i propri confini e – colonizzando ed evangelizzando – si è ampliata. La sua identità è inscindibile dal percorso storico che la descrive. L’Europa è così divenuta Grand’Europa e la sua proiezione verso ovest configura un Occidente i cui pilastri portanti e irrinunciabili sono ovviamente se stessa e poi l’America, secondo un rapporto paritario e gerarchico simile a quello che unisce un padre e un figlio.

Ma giunge inevitabilmente l’ora in cui il figlio prende a sorreggere il padre, vecchio, stanco e malato, senza disprezzarlo nemmeno a fronte dei suoi errori (che talvolta sono peccati di memoria negata e rinnegata nei confronti dei figli, definiti sbrigativamente degeneri e traditori), ma anzi correggendolo come fecero i pietosi figli di Noè. Kirk – convertitosi al cattolicesimo nel 1964, che è pure l’anno del suo matrimonio – diviene quindi uno degl’interpreti più coscienti, seri e fecondi del filone definito "tradizionalista" del conservatorismo statunitense e fra i "tradizionalisti" enfatizza particolarmente il pensiero di Edmund Burke, primo critico della Rivoluzione di Francia, fondatore del conservatorismo anglosassone, nonché difensore della “libertà ordinata”, della Cristianità e del diritto naturale secondo la concezione classica e cristiana. Nel corso di mezzo secolo, la sua influenza di maestro e di guida ha pesato notevolmente su una nazione spesso incapace di rappresentarsi, soprattutto ad extra, nei propri tratti migliori e più convincenti. Il suo magistero, autorevole e riconosciuto, ha lasciato il segno in molti luoghi e in molti cuori. Ha segnato la politica, senza mai identificarsi con essa. Ha segnato il mondo delle lettere, quello della storiografia, quello dell’educazione e addirittura quello della narrativa dell’immaginario e del fantastico. Sapranno gli statunitensi, compreso chi attualmente governa Washington, non dilapidare al vento questo patrimonio, costruito, conquistato e strenuamente difeso da un uomo tutto sommato umile e schivo, svendendolo per un piatto di lenticchie? •

Marco Respinti

Senior Fellow presso The Russell Kirk Center for Cultural Renewal di Mecosta, Michigan

in il Domenicale. Settimanale di cultura, anno 2, n. 25, Milano 21-6-2003, p. 7

 
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