PDF Stampa E-mail

Il santo del passaggio

 

L’avventura umana e spirituale di John Henry Newman, una delle figure più importanti
del cattolicesimo contemporaneo, raccontata in un libro di Roderick Strange.
Un’opera di alta divulgazione sul grande teologo che,
sacerdote della Chiesa d’Inghilterra
entrato poi nella Chiesa di Pietro, salirà agli onori degli altari il 19 settembre prossimo

 

Quella di John Henry Newman (1801-1890) è stata una delle avventure umane e spirituali più appassionanti di tutto l’Ottocento, e il libro John Henry Newman. Una biografia spirituale (trad. it., Lindau, Torino 2010), di don Roderick Strange, rettore del Pontificio Collegio Beda a Roma e grande esperto dell’argomento, la radiografa bene. Il che ci fa pure dimenticare per un attimo, ma solo per un attimo, le notorie tendenze progressiste dell’autore e il suo disaccordo con la Santa Sede su materie delicatissime e importanti quali il sacerdozio (celibato e dintorni compresi) e l’omosessualità.

Il volume di Strange offre infatti l’occasione per rivivere i percorsi, rievocare i fatti salienti, apprezzare i vertici di Newman. Sì, perché parlare di Newman significa parlare di una delle menti filosofiche più raffinate dell’evo moderno, di uno dei talenti teologici più accorti che l’“epoca delle rivoluzioni” (come spesso le storie della Chiesa definiscono la lunga e impegnativa stagione culturale in cui la vicenda terrena di Newman si trovò inserita) e di una delle penne più felici che il mondo anglofono abbia mai conosciuto.

Decisamente, Newman ha precorso non tanto i tempi (come troppo spesso si dice con frase fatta e sin troppo a buon mercato) ma certamente molte delle sensibilità che attraversano il mondo contemporaneo. Se definirlo antesignano del Concilio Ecumenico Vaticano II significa in realtà ben poco (e lo scrivo in piena coscienza anche per parare un giro mentale certamente non sconosciuto a don Strange), certamente si può affermare invece che il Vaticano II autentico (non il suo stravolgimento a opera di forze soi-disant “metaconciliari” che, sovente interne alla Chiesa stessa, si sono inesorabilmente votate alla dissoluzione), insomma il Concilio dell’«ermeneutica della continuità» (come ha avuto occasione di dire bene Papa Benedetto XVI), deve molto alla corretta impostazione di alcune questioni centrali operata dal grande Newman. Strange le passa in rassegna tutte e di tutte offre narrazioni piane e affascinanti, così da riuscire a coinvolgere sia lo specialista sia il lettore non esperto della materia. Così facendo lo studioso inglese rende un gran servizio di alta divulgazione a una delle figure più importanti del cattolicesimo contemporaneo in pendenza dell’evento più solenne che a un uomo possa capitare e che bene ne suggellerà il cammino intero: dichiarato “venerabile” da Papa Giovanni Paolo II il 22 gennaio 1991, Newman verrà infatti esaltato alla gloria degli altari il 19 settembre prossimo da Papa Benedetto XVI.

Rampollo di una famiglia anglicana, John Henry studiò a Oxford e divenne sacerdote della Chiesa d’Inghilterra nel 1824. Fu la prima tappa di un viaggio importantissimo. L’adesione a quella fede cristiana ricevuta dalla famiglia si trasformò infatti lentamente in una convinzione intima, assunta in prima persona, e su ciò pesarono una serie di avvenimenti decisivi. Newman, cioè, era il contrario di una mente intellettuale arida e distaccata, e tutto il suo ragionare, finissimo, è sempre stato strettamente ancorata alla realtà delle cose. Furono i fatti, cioè, e non le teorie a farlo transitare dal “cristianesimo sociologico” alla fede autenticamente vissuta; fatti decisivi, come lo scontro con il razionalismo diffuso anche nei seminari e nella scuole di teologia, e pure fatti profondamente dolorosi, come per esempio la morte della sorella minore, Mary, nel 1828, ma anche fatti pericolosi, come quanto egli si trovò, a causa di una grave malattia, a un passo dalla morte.

Per questo la teologia newmaniana è sempre stata assai carnale anche nelle sublimità maggiori, sempre concreta anche nei ragionamenti più elevati. Ben distante da molti teologi contemporanei, e forse anche da molti che, sbagliando, si richiamano al suo nome, Newman ha infatti sempre avuto chiara l’idea che la teologia non è affatto una “seconda natura” o addirittura un’alternativa alla fede, ma solo il suo aprirsi con chiarezza a quell’intelligenza dell’uomo che, dono dell’Onnipotente, è lo strumento principe della somiglianza fra l’uomo e Dio. Quindi un mezzo per l’assenso della fede, anzi per la comprensione stessa di quella grammatica del linguaggio orante di cui si sostanzia il rapporto fra umanità e divinità, il quale dopo la Rivelazione, cardine del cristianesimo, diviene contemplazione.

La teologia, dunque, è il modo attraverso il quale la mente umana fatta a somiglianza di Dio con Dio parla, anzitutto domandando a Dio in persona di comprendere sempre più Dio stesso con l’intelligenza , il cuore e la volontà. Vive allora, la teologia, nella storia e nella storia essa si svolge, avanza e progredisce, semmai pure muta e si aggiusta, ma il magistero, ovvero la trasmissione continua della fede rivelata da parte dell’autorità, è il suo alveo più che il suo limite. Assurdo, insomma, pensare di giocare teologi contro pontefici, teologia contro dogmatica, e così via, come proprio il cristianesimo più progressista ha malevolmente fatto. Assurdo e lontano le mille miglia dalla sensibilità di Newman, tant’è che, appunto, Newman è così figlio della Chiesa Cattolica e non del “dissenso teologico” da finire santo…

Il guadagno di una fede autentica, del resto, lo spinse, dentro l’anglicanesimo, a divenire l’alfiere di una sempre maggiore adesione sincera dell’insegnamento teologico al dato rivelato, dunque a combattere le apparentemente impari battaglie contro i deragliamenti latitudinaristi e più che altro svilenti dell’anglicanesimo. Nacque così, negli anni 1820, quel cosiddetto Movimento di Oxford che vide Newman e alcuni altri campioni del conservatorismo filologico-teologico più limpido sferrare una attacco decisivo alla cultura della decadenza. La battaglia del Movimento di Oxford, infatti, nacque certamente con l’intento preservare la purezza del messaggio cristiano dentro la Chiesa Anglicana, ma di fatto si spinse assai oltre sin dall’inizio.

La volontà degli “oxfordiani”, infatti, di riarticolare con precisione il linguaggio filosofico a supporto della fede entro strumenti logici non panlogisti né razionalisti, il loro insistere sulla necessità di una corretta impostazione epistemologica alla base di qualsiasi confronto dialettico e il ricupero di categorie speculative chiare e distinte, persino tradizionali, dopo la stagione dei soggettivismi culturali di cui essi si resero protagonisti operò infatti una grande ripresa di coscienza dei canoni fondamentali della cultura occidentale, la quale, anche se forse non immediatamente percepita come tale, svolse di fatto una grande funzione “contro-rivoluzionaria” i cui esiti dovevano spingersi ben in là.

Del resto, l’elaborazione di quel concetto di “via media” (alla latina) con cui tipicamente Newman descriveva l’anglicanesimo come né cattolico né calvinista, nella misura in cui egli mirava precipuamente a depurare tale fede da ogni incrostrazione di carattere ideologico, portò alla fine Newman a un dilemma insuperabile: o l’anglicanesimo come cristianesimo puro e autentico non esiste affatto o esso, finalmente liberato da ogni scoria posticcia, è niente altro che il cattolicesimo. Scavando alla ricerca dell’anglicanesimo più autentico, che nel suo linguaggio significava risalire alla fede cristiana più vera, Newman arrivò insomma a quel punto nodale che gli chiedeva o di lasciar perdere una sfida non umanamente vincibile, oppure di arrendersi per concludere finalmente che l’“anglicanesimo più vero” (cioè più corretto teologicamente, più adeguato storicamente, insomma più “divino” e più tradizionale e più conservatore nella misura in cui l’alternativo progressismo dottrinale ne costituisce solo il palese sfascio) è il cattolicesimo.

Quando Newman si arrese definitivamente era il 9 ottobre 1845, di fronte a sé aveva il volto santo del padre passionista dell’Argentario, Domenico Bàrberi, noto come beato Domenico della Madre di Dio (1792-1849), il quale, avendo consacrato l’esistenza alla conversione degli anglicani, lo accolse fra i seguaci di Pietro. Nel 1847 Newman venne ordinato sacerdote a Roma e poi, lasciata Oxford per Birmingham, fondò, innamorato qual era di san Filippo Neri (1515-1595), la Congregazione dell’Oratorio in Inghilterra. Fu creato cardinale, lasciò opere d’importanza capitale, studiò approfonditamente la necessaria riforma delle università mirando a creare quel vir bonus dicendi peritus sempre prodromico al buon cristiano, spiegò magistralmente che la verità rivelata non muta affatto nel corso della storia ma che gli uomini comprendono sempre meglio il contenuto divino della Rivelazione dentro quella storia che è l’orizzonte che, da questa parte del Cielo, li definisce senza possibilità di scampo e tornò con decisione a dialogare con gli anglicani non smettendo mai di ripetere loro che il “vero anglicanesimo” è il cattolicesimo.

Newman è diventato santo anche sbagliando, come tutti i santi del resto. Si schierò contro la dichiarazione dell’infallibilità papale perché lo riteneva politicamente un punto difficilissimo da fare digerire ai cristiani separati verso i quali non smise mai di gettare ponti, ma non dubitò mai della verità teologica di quel dogma ed ebbe sempre a cuore una visione non clericale della Chiesa.

Da lui del resto promana una sontuosa filiera di grandi convertiti anglofoni, a cui egli aprì nobilmente la strada. E chi non lo ha seguito nel passo decisivo verso Roma si è autonominato “anglo-cattolico”, come a dire “cattolico dentro la storia anglicana”, in tutto e per tutto simile ai vecchi “oxfordiani” e alle loro sacrosante battaglie teologico-culturali fino però alla soglia invalicabile della conversione. Be’, c’è da ricordare che “anglo-cattolico” lo fu pure Newman, il quale spergiurava che mai si sarebbe convertito…

Molti degli “anglo-cattolici” oggi nutrono solo dissensi “giuridici” verso il cattolicesimo papalino romano. Per questo la Santa Sede non ha mai smesso di parlare con loro, anzi con la Comunione Anglicana intera. A settembre Pietro regalerà al mondo il “santo del passaggio”. Un posto sulla barca per chi osserva dalle bianche scogliere di Dover c’è. La rotta? L’ha tracciata John Henry Newman.

Marco Respinti


Versione originale completa dell’articolo pubblicato con il medesimo titolo
in MobyDick. Inserto di arti e cultura del sabato,
in cronache di liberal, anno XV, n. 108, Roma 05-06-2010, pp. 16-17

vai alle versioni conservate in archivio

 
Valid XHTML 1.0 Transitional
Valid CSS!
LDR Interactive Technologies