PierLuigi Zoccatelli e il medioevo

PierLuigi Zoccatelli (1965-2024). Sì, poi c’è l’autore di libri, lo studioso, il docente universitario…

Ho conosciuto PierLuigi una vita fa. Una mia vita fa, forse anche due, e una sua vita fa. Quando lo conobbi, una vita o due fa, PierLuigi, giovane io e giovane lui, aveva già un’altra densa vita alle spalle.

Lo conobbi a Verona, la sua città natale, presentato da conoscenti comuni. Qualcuno direbbe per caso, ma dai, il caso non esiste. Fateci caso. Adesso, una, due, tre vite dopo, sue e mie, mi preparo per le sue esequie e mi rendo conto che non è vero: non ci sono una, due, tre vite per ognuno di noi, una, due, tre vite fa. C’è una vita sola.

La vita che ci è data e che ci viene tolta, in entrambi i casi senza consultare noi, diretti e unici interessati, senza domandare ‒ diceva con boutade seria, come serie erano tutte le sue boutade, Giovanni Cantoni (1938-2020), uno dei maestri di PierLuigi e del sottoscritto ‒, senza chiedere il nostro permesso. E meno male.

La nostra vita ci viene data e ci viene tolta a nostra insaputa, ma mai all’improvviso. Abbiamo una vita per prepararci. Stavo per scrivere che molte volte ne sprechiamo grandi pezzi perché non ci rendiamo conto che la vita ci è data, ci è tolta e il tempo nel mezzo serve soltanto a transitare da un momento all’altro, raccogliendo con pietas il momento in cui la vita ci è data per riconsegnarlo al momento opposto, all’estremo ultimo del cammino. Stavo per scriverlo e menomale non l’ho scritto.

Infatti, non è vero che sprechiamo il nostro tempo. Può darsi, anzi è certo, che spesso non abbiamo contezza di un dato momento, anche prolungato nel tempo, pure di molto, nel momento in cui esso si consuma, epperò non si consuma mai. Ogni momento resta, attecchisce, sedimenta, cresce. Sempre senza il nostro permesso, sempre senza che sempre lo avvertiamo, e poi quei momenti, uno dopo l’altro, ciascuno e tutti, singoli e in sequenza, ci fanno quel che poi diventiamo e siamo, ogni momento successivo del tempo, fino all’ultimo.

Si chiama storia. La nostra storia, l’unica che viviamo: la storia di ognuno che fa la storia. La storia è un transito. Una traversata, un viaggio, un pellegrinaggio. Un piccolo tempo intermedio, la nostra storia, che, assieme ai piccoli tempi intermedi di tutti, costituisce il grande tempo intermedio della storia universale. Pazzesco pensare che senza di noi la storia tutta sarebbe diversa. Senza le nostre scelte e i nostri errori, le nostre bestemmie e le nostre santità. La storia è noi.

PierLuigi ha avuto tanti momenti. Lui ora sa quanti, e quanto li ha vissuti tutti e ognuno consapevolmente nel preciso istante di essi e quanti no, ma non deve presentarne a noi il conto. A ben pensarci, non deve proprio presentare il conto ad alcuno, perché davvero non si tratta di bilanci, bilancini e pallottolieri, non di cambiavalute e di compravendita.

Quel che è certo è che nulla di PierLuigi è andato sprecato, nulla della sua vita unica.

Una corda li tiene tutti legati, e non è un filo rosso. È ben più. È una trama, che mentre si svolge è assolutamente incomprensibile. Poi però vediamo. Poi però Lo vediamo. Poi però vediamo tutto, e riconosciamo l’ordito, i nodi, i fili intersecati, le smagliature, i rammendi, i buchi che non si riesce più a rattoppare. Nulla viene buttato via.

Un caro amico dice che la santità si conquista con la lotta. PierLuigi ha lottato, eccome se ha lottato. Come un leone, grinfie e denti. Assaltando il Cielo, corteggiando l’Inferno, arrembando il Paradiso, sfiorando il baratro, un pugnale fra i denti, la spada pronta nella destra e lo scudo saldo nella sinistra. Colpo su colpo; fendenti, botte, stoccate. Ha faticato, PierLuigi, sudato. Si è aggrappato con le unghie all’Alto. Ha pure perso la presa, scivolando in Basso, ma l’ha ripresa. Finalmente ha morso l’appiglio.

Ha contestato, e sofferto. Ha fatto soffrire e ha provato la sofferenza. Ha provocato Dio, facendoLo soffrire, anzi, lo ha preso a schiaffi, e ha pagato. Ha abbracciato Dio, ed è rinato.

Ha fatto e detto, e suonato e cantato cose che ora è carità tacere. Ma ha lasciato il segno, perverso, e poi un altro segno, sublime. Nessuno dei due va perduto. È rimasto segnato, indelebilmente. Ha inciso e si è inciso.

Aveva sete, PierLuigi, tanta sete, sempre. La brocca ricolma era in verità sortilegio di fattucchieri: vuota, acida, amara. Avvelenata. Quando la sua sete non si placava, ma cresceva, ha scagliato la bottiglia e il calice. Ha tirato, urlando, la coppa contro il Cielo, ha gridato una sete infinita e nulla la colmava. Ha bevuto di tutto, e sempre niente. Ha ingollato ogni cosa, e ancora nulla. Sete, solo sete.

Finché il Coppiere misericordioso, mosso a compassione da quella smodata ansia di dissetarsi che non conosceva confini e soddisfazione, ha decretato la fine. Ha deciso l’ora del ristoro. E PierLuigi ha iniziato, lentamente, a colmare la sete.

Che, per carità, è continuata, non ha smesso di arroventargli la gola, ma che non aveva più il lezzo del fiele, l’aroma della morte. Profumava di rose, essenza della Signora del Cielo di cui si è innamorato follemente, cavalier cortese senza smancerie da rotocalco, fedele d’amore dell’unico vero amore, amante senza più umano senno.

Adesso tutta la vita che PierLuigi è stato è al cospetto del Re dei re, e della Sua Signora dal profumo di rose. Non uno iota pur di male e bestemmie è andato perso. Adesso PierLuigi vede quel che noi non vediamo, e continuiamo a non capire, e sì, non ci interessa capire, ma essere, come lui, presi per mano.

Ha vagato sette giorni, PierLuigi, in un confine che non ci è noto, lungo strade che non percorriamo, per sentieri che non sappiamo dire, sette giorni tanti quanti ne servirono al Creatore per fare tutto, e la storia, e la nostra storia, e noi, e PierLuigi. In quei sette giorni PierLuigi è stato con la propria famiglia, con noi e al contempo già altrove. Già guardava, contemplava, adorava, dicendoci: «Voi non v’immaginate com’è! Voi nemmeno lontanamente…».

«PierLuigi, figlio di tua madre e di tuo padre, mi ami più di costoro?», gli ha domandato la Voce. «PierLuigi, figlio di tuo padre e di tua madre, mi ami?», ha ripetuto. «PierLuigi, figlio del Dio vivente, mi vuoi bene?», ha chiesto ancora, alzando il suo ginocchio posato a terra con una dolcezza che non si riesce nemmeno a sognare. «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene», ha risposto PierLuigi levando lo sguardo, le gote arrossate per la timidezza. Così il «piccolo Medioevo» della sua esistenza ha trascritto ancora una volta, come le esistenze di tutti, il «grande Medioevo» che ci avvicina ogni secondo di più al culmine della storia. Non uno iota va sprecato, PierLuigi, non uno iota. È la burla più grande e bella che potevi giocare, con la tua ironia buona e la tua intelligenza raffinata, alla perversione del Grande Sabotatore. E ti è riuscita così bene che ora in Paradiso ti stan facendo una festa che, mannaggia, come t’“invidio”.

an alley roamed by Marco Respinti