Anniversari per conservatori

1. 70 anni fa, nel 1953, Russell Kirk (1918-1994) pubblicava The Conservative Mind, ampliato fino alla settima edizione definitiva del 1993 (1). Senza ombra di dubbio, è la sua opera più importante. Teoretica, per certi versi, se il termine indica i fondamenti generali dottrinali di una scienza, qui politica, ma condotta con approccio eminentemente storico, come costantemente in Kirk. Tali fondamenti trovano poi in Kirk spazio in diverse altre opere, ancorché in modi e formulazioni differenti, eminentemente in A Program for Conservatives del 1954, più volte poi ripubblicato in edizioni rivedute e con titoli differenti (2), e, in forma compendiata, nel saggio Ten Conservative Principles (3).

Ho definito ‒ e ripeto ‒ The Conservative Mind come la declinazione bisecolare dell’eredità culturale di Edmund Burke (1729-1797), e della mentalità burkeana, nel mondo occidentale di lingua inglese come fondamento e sviluppo di ciò che, dalla stagione burkeana e da Burke stesso, prende il nome di «conservatorismo». Una parte essenziale della «mentalità burkeana» e dell’approccio di Burke stesso alla scienza politica è del resto rivolto alla storia e alla riflessione su di essa: detto in breve, l’enucleazione dalla storia di ammaestramenti-guida di ordine morale, filosofico e metafisico che possono quindi trovare definizioni anche in forma di princìpi.

Una considerazione superficiale ‒ in alcune manifestazioni della quale non è da escludersi anche una certa malizia ‒ ha qui innescato diverse interpretazioni fuorvianti. Due delle maggiori vorrebbero Burke ‒ e di conseguenza le figure che popolano e animano la bisecolare eredità culturale burkeana ‒ come un pensatore non filosofico e persino antimetafisico e/o storicista.

Al primo fraintendimento contribuiscono la polemica di Burke contro i philosophe e l’utilizzo del termine «metafisica» (e analoghi) per descriverne l’astrattezza concettuale. Ma, pur concedendo un certo scadimento “d’epoca” del linguaggio settecentesco inglese, nessuno può in coscienza ritenere davvero che Burke sia permeabile a tali accuse, in verità grossolane. Anche solo un bigino insegna infatti la differenza antitetica fra il philosophus e il philosophe, laddove l’uso peculiare ‒ spurio quanto si vuole, rozzo quanto si crede ‒ di «metafisica» per indicare la sofistica ideologica dei philosophe dell’Illuminismo francese e francofono potrà pure risultare antipatico, ma è con esso che occorre fare i conti trattando di Burke e della «mentalità burkeana», vale a dire non di ciò che si vorrebbe Burke e i burkeani dicessero per far piacere a chi Burke e i burkeani cerca, maliziosamente o meno, di travolgere.

2. Al secondo fraintendimento concorre un’ambiguità potenzialmente dirompente insita nell’uso del termine «Historicism» nella lingua inglese, dunque nella critica di lingua inglese.

Se in italiano lo «storicismo» è un atteggiamento filosofico antimetafisico e in ultimo relativistico ben chiaro nel suo ascendente tedesco «Historismus», sembra invece di poter concludere che nell’inglese «Historicism» convivano sia il corrispettivo dell’«Historismus» tedesco sia quell’approccio filosofico che in inglese viene semantizzato con «value-centered historicism». In pratica, una ridefinizione tale dello storicismo da finire per negarlo in nome di una prospettiva filosofica fondata su princìpi non contrattabili che non sono affatto frutto di processo storico, bensì precedenti e differenti rispetto a esso, ovvero metafisici. In questa prospettiva, la storia è dunque il luogo dove i princìpi metafisici si svelano e si rivelano all’uomo, e parte decisiva di codesta costruzione è l’incapacità dell’uomo a percepire e a comprendere i princìpi in astratto. Non perché la sua ragione non ne sia in grado, ma perché la sua ragione ne ha smarrito i modi. In linguaggio teologico si potrebbe dire che il peccato ha ‒ parzialmente ancorché profondamente ‒ ferito la capacità teoretica della ragione umana di cogliere la verità in quanto tale e che dunque per ottenere risultati analoghi, o commensurabili, la ragione sia costretta a faticare lungo la storia.

Il fraintendimento di Burke, della «mentalità burkeana» e dell’«Historicism» inglese sembra essere uno dei nodi della critica contenuta in un libro che nel 2023 ha compiuto 70 anni come The Conservative Mind di Kirk: Natural Right and History del filosofo della politica tedesco naturalizzato statunitense Leo Strauss (1899-1973) (4).

La produzione di Strauss è ben difficile da chiudere in un angolo. Menomale. Certamente resta però, non tanto qualche suo giudizio discutibile ‒ ché la discutibilità è materia totalmente soggettiva e talmente tale da essere quindi ininfluente e soprattutto non interessante ‒, ma qualche valutazione poco comprensibile e persino qualche considerazione contradditoria. È questo l’aspetto seducentemente messo in luce da Nayeli L. Riano, candidata al Ph.D. in Political theory (noi probabilmente diremmo «Dottrine politiche») nella Georgetown University di Washington, in un’acuta analisi pubblicata nel dicembre 2018 (5) onde concludere che probabilmente, pur partendo da presupposti diversi, o forse persino opposti, alla fine Strauss concordi, almeno in parte, con Burke.

Come che sia, Strauss porta da sempre su di sé le stimmate del critico “metafisico” allo “storicismo” burkeano, ma né l’una cosa né l’altra risultano perfettamente acclarate. E, come che sia ancora, Strauss è finito arruolato, assieme alle varie ‒ e talora contrapposte ‒ scuole dello straussismo, in un presunto esercito di “metafisici” schierato contro un altro presunto esercito di “storicisti” burkeani. Nel tempo questi due “eserciti” si sono anche sovrapposti, negli Stati Uniti d’America, alla tenzone fra neoconservatori e conservatori… mi manca qui l’aggettivo. Per definire quel secondo gruppo si è utilizzato (il sottoscritto compreso) il termine «tradizionalisti» (ma è termine a dire il meno ambiguo prima che controverso); in inglese si è adoperata anche l’espressione «cultural conservative» o «social conservative» (ma qui l’ambiguità si sposa addirittura all’intraducibilità); e alcuni (ancora il sottoscritto compreso) hanno adoperato pure l’espressione «Old Right» (che il sottoscritto ha sempre precisato come «Old Right postbellica» per distinguerla dal fenomeno, diverso, della «Old Right prebellica», ovvero la Destra statunitense antecedente la Seconda guerra Mondiale, 1939-1945).

Molto di tutto questo ha senso oggi solo in prospettiva storica, giacché quei confini e quelle definizioni sembrano attualmente perlomeno lontane. Sfumate, e persino per certi versi esaurite. Forse anche scomparse, ovvero rimescolatesi come contenuti misti dentro contenitori (ancora?) senza nomi, quando le etichette sono divenute semplici indici di approcci, pensieri, atteggiamenti, sensibilità, orientamenti e filosofie. Nel corso degli anni, ho personalmente preso ad avvertire quei confini e quelle definizioni come funzionali solo a un approccio teoretico, o tassonomico: certamente utile (utili), ma a patto di non immaginare mai che le definizioni possano esaurire totalmente le realtà.

3. In Italia uscì nel 1994 un libro, Leo Strauss e la destra americana, scritto da Germana Paraboschi e frutto della sua tesi di laurea in Filosofia (6). Un libro ricco e interessante, che non poco mi sorprese l’essere stato pubblicato per i tipi della casa editrice di riferimento del Partito Comunista Italiano (PCI), gli Editori Riuniti. Ma il mondo era cambiato velocemente e da tre anni il PCI si era ribattezzato Partito Democratico della Sinistra. Del resto, quando ancora il PCI si chiamava PCI, gli Editori Riuniti avevano pubblicato un libro decisivo qual è Considerazioni sulla Francia del pensatore contro-rivoluzionario savoiardo Joseph de Maistre (1753-1821) (7) nella curatela del giornalista Massimo Boffa, organico al tempo e da tempo al PCI, e poi collaboratore di importanti opere di revisione storiografica (8).

Feci visita alla dottoressa Paraboschi dopo l’uscita del suo libro ‒ 1995, 1996? ‒ a San Martino Siccomario, in provincia di Pavia, dove abitava. Le feci visita assieme a Thomas J. Fleming, all’epoca presidente di The Rockford Institute, a Rockford, in Illinois, dunque direttore del mensile Chonicles: A Magazine of American Culture edito dall’Istituto. Conoscevo Fleming da qualche anno. Lo avevo conosciuto grazie a Mario Marcolla (1929-2003), intellettuale di vaglia, autodidatta, a cui resterò per sempre impagabilmente riconoscente per avermi introdotto a Kirk e agli Stati Uniti conservatori. Fleming è un classicista. Con l’amico e collega E. Christian Kopff è al centro di studi decisivi sulle liriche del poeta greco Pindaro (518-438 a.C.) che hanno portato entrambi a proficue collaborazioni con l’insigne grecista italiano Bruno Gentili (1915-2014) nell’Università di Urbino (9). Fleming si è poi “prestato” all’analisi (e alla polemica) politica e grazie a lui appresi e imparai di altri orientamenti dentro il mare magnum del conservatorismo statunitense. Scrissi anche un paio di articoli per il suo Chronicles, uno di questi proprio sul volume della Paraboschi (10).

La Paraboschi ci accolse amabilmente. Avevamo ricuperato il suo recapito rocambolescamente: non ricordo come me, ma che ciò sia accaduto in maniera rocambolesca sì. Discutemmo a tre dei contenuti di quel suo libro e poi purtroppo ne persi le tracce. Nel redigere queste note apprendo ora che lavora come libraia dal 1991, che si occupa di libri per bambini dal 1993 e che dal 2010 è attiva ne La Libreria dei Ragazzi al 15/a di Via San Bartolomeo a Brescia. (Proposito per il nuovo anno: riannoderò quel sentiero interrotto).

Ora, il suo Leo Strauss e la destra americana ha diversi punti focali, ma uno su tutti è il confronto, talora lo scontro, tutto interno al conservatorismo statunitense, fra una delle principali scuole straussiane e il «value-centered historicism» di matrice burkeana. Su questo posi l’accento recensendo il libro su Chronicles. Descrivendo il confronto-scontro fra quelle due scuole culturali, alla seconda di esse la Paraboschi ascrive anche il contributo offerto dalla riflessione di Claes G. Ryn, già docente nella Catholic University of America di Washington e cofondatore del National Humanities Institute, sempre a Washington. Fra i diversi motivi d’interesse della riflessione di Ryn vi è senz’altro la critica alla democrazia relativistica moderna ‒ anche sulle orme del filosofo svedese Tage Lindbom (1909- 2001), intrigante e originale figura di pensatore conservatore e «perennialista» aderente al socialismo democratico svedese ‒ e il rilancio della figura di Irving Babbitt (1865-1933). Anche per suo tramite Ryn mostra forti convergenze con l’impostazione burkeana di Kirk: del resto Kirk pone Babbitt e i suoi due primi discepoli ad Harvard, George Santayana (1863-1952) e T.S. Eliot (1888-1965), nella filiera burkeana che egli ricostruisce in The Conservative Mind. Addirittura il primo sottotitolo, nel 1953, di quel libro è From Burke to Santayana, ampliato poi in From Burke to Eliot.

Ebbene, proprio Ryn è “tutt’uno” con il concetto, e con l’espressione, «value-centered historicism» onde sottrarre la filosofia della storia al relativismo dell’Historismus (11), anche mediante un curioso uso, peraltro, del pensiero del filosofo idealista italiano Benedetto Croce (1866-1952), cioè non esattamente la prima autorità che ci si immaginerebbe di incontrare trattando di riflessione storica e valori non negoziabili.

4. Tutto questo se non altro dimostra che, se il vocabolario non è affatto sufficiente a tradurre una lingua in un’altra, il vocabolario dei codici di pensiero non è mai stato scritto.

5. Il 2023 è sì il 70esimo compleanno di The Conservative Mind e di Natural Right and History, ma anche di The Quest for Community del sociologo statunitense Robert A. Nisbet (1913-1996) (12), chequattro anni dopo le Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti sciaguratamente tradussero con il titolaccio La Comunità e lo Stato (13). Nisbet e quel libro sono al cuore della rinascita del conservatorismo statunitense diciamo (per mancanza di linguaggio) “tradizionalista” della Old Right postbellica tanto quanto lo è Kirk: un giorno cercherò il tempo per un post sul suo valore, sulla sua importanza strategica nel dibattito fra “comunitaristi” veri (che non si sono mai chiamati così) e «neo-comunitaristi» (che più hanno tenuto a chiamarsi così, più si dimostravano falsi) e sul suo contributo supremo nello sbugiardare la sociologia positivista attraverso una sociologia altra, intesa come espressione di contro-rivoluzione nel mostrarsi ricognizione e riconoscimento di «corpi intermedi», principio di sussidiarietà e federalismo alla sequela di Burke, de Maistre e dell’ingegnere ed economista francese Pierre Guillaume Frédéric Le Play (1806-1882). (14)

6. Mentre nel 1953 si scopriva la natura decisiva del DNA come portatore dell’informazione genetica, negli Stati Uniti si riscopriva insomma un passato capace di rifondare il futuro. Dieci anni dopo, nel 1963, il 22 novembre in cui morivano C.S. Lewis (1898-1963) e John F. Kennedy (1917-1963), moriva anche lo scrittore e pensatore inglese Aldous Huxley (1894-1963), profeta della dissoluzione contemporanea di un futuro già passato.

7. Passarono altri dieci anni e lo scrittore e pensatore russo Aleksandr I. Solženicyn (1918-2008), coevo di Kirk, pubblicò uno dei vertici massimi della denuncia della menzogna metafisica del comunismo e della necessità di fare memoria onde prostrarsi in pentimento davanti alla storia: Arcipelago Gulag (15). Solženicyn lo aveva in realtà pubblicato clandestinamente nel 1958, facendolo poi pervenire segretamente in Occidente dove, a Parigi, lo pubblicò Seuil. La cosa gli costò l’arresto l’anno dopo, dunque l’esilio. La cosa più vergognosa restano ancora oggi le contumelie di cui coprirono quel libro-evento soloni quali Italo Calvino (1923-1985), Alberto Moravia (1907-1990), Umberto Eco (1932-2 016) e pure in parte anche ‒ e più furbescamente, molto più furbescamente ‒ Pietro Citati (1930-2022).

8. Mentre oltre l’Atlantico un pezzo dell’Occidente rinasceva, nello Stivale esso colava a picco.


(1) Cfr. Russell Kirk, The Conservative Mind: From Burke to Eliot, con il saggio The Making of “The Conservative Mind”, di Henry Regnery (1912-1996), 7a ed. riveduta e accresciuta, Regnery, Washington 1993.

(2) Idem, A Program for Conservatives, Regnery, Chicago 1954; 2a ed. riveduta Prospects for Conservatives,Regnery, Chicago 1956; 3a ed. riveduta A Program for Conservatives, Regnery, Chicago 1962; 4a. ed. riveduta Prospects for Conservatives, Regnery Gateway, Washington 1989; 5a ed. Prospects for Conservatives: A Compass for Rediscovering the Permanent Things (riedizione del testo del 1956), introduzione di Bradley J. Birzner, Imaginative Conservative Books, Houston 2015. Cfr. anche B.J. Birzer, Prospects for Conservatives: A Compass for Rediscovering the Permanent Things, in The Imaginative Conservative, Houston, Texas, 2 -11-2013, https://theimaginativeconservative.org/2013/11/prospects-for-conservatives-a-compass-for-rediscovering-the-permanent-things.html (Tutti i link a cui si rimanda in questo post sono stati consultati il 28-12-2023).

(3) Cfr. R. Kirk, Ten Conservative Principles, in Idem, The Politics of Prudence, 3a ed. con introduzioni di Michael P. Federici e Mark C. Henrie, Regnery Gateway, Washington 2023, pp. 17-31, nonché l’adattamento Ten Conservative Principles, The Russell Kirk Center for Cultural Renewal, Mecosta, Michigan, https://kirkcenter.org/conservatism/ten-conservative-principles/

(4) Cfr. Leo Strauss, Diritto naturale e storia (Natural Right and History, 1953), trad. it., Il Nuovo Melangolo, Genova 2009.

(5) Cfr. Nayeli L. Riano, Leo Strauss vs. Edmund Burke, in The Imaginative Conservative, Houston, Texas, 3-12-2018, https://theimaginativeconservative.org/2018/12/leo-strauss-edmund-burke-nayeli-riano.html

(6) Cfr. Germana Paraboschi, Leo Strauss e la destra americana, Editori Riuniti, Roma 1984.

(7) Cfr. Joseph de Maistre, Considerazioni sulla Francia (Considérations sur la France, 1796), trad. it. a cura di Massimo Boffa, Editori Riuniti, Roma 1985.

(8) Cfr. per esempio L’eredità della Rivoluzione francese, a cura di François Furet (1927-1997) con la collaborazione di Massimo Boffa, trad. it., Laterza, Bari 1989, e Dizionario critico della Rivoluzione francese, a cura di F. Furet e Mona Ozouf, ed. it. a cura di M. Boffa, Bompiani, Milano 1994.

(9) Cfr. E. Christian Kopff, A Guiding Presence: Bruno Gentili, in Quaderni urbinati di cultura classica, nuova serie, vol. 105, n. 3, Pisa-Roma 2013, pp. 21-23.

(10) Quando riuscirò a estrarre quei testi dal cumulo enorme della mia biblioteca, che contiene anche l’archivio personale di quanto da me pubblicato, ritoccherò e completerò questo post.

(11) Cfr. Claes G. Ryn, Defining Historicism, in Humanitas, vol. XI, n. 2, National Humanities Institute, Washington 1998, pp. 98-101, https://www.nhinet.org/humsub/nhi/ryn11-2.pdf, e Joseph P. Baldacchino, The Value-Centered Historicism of Edmund Burke, in Modern Age: A Quarterly Review, vol. 27, n. 2, Bryn Mawr, Pennsylvania, primavera 1983, https://www.nhinet.org/burke.htm. Ho conosciuto e amabilmente più volte conversato sia con Ryn sia con Baldacchino negli Stati Uniti d’America, e discusso di questi argomenti. Baldacchino è stato co-fondatore del NHI con Ryn e gli è poi succeduto alla presidenza dello stesso nonché alla direzione del periodico accademico Humanitas, da esso edito, dal 1984 al 2017, anno in cui l’NHI è confluito nel Center for the Study of Statesmanship della Catholic University of America di Washington.

(12) Cfr. Robert A. Nisbet, The Quest for Community: A Study in the Ethics of Order and Freedom, Oxford University Press, New York 1953.

(13) Idem, La Comunità e lo Stato: studio sull’etica dell’ordine e della libertà, trad. it., Edizioni di Comunità, Milano 1957.

(14) Quando quel tempo lo avrò trovato, una parte la dedicherò anche allo scambio di qualche lettera, prima che le e-mail fossero, intercorso fra Nisbet e il sottoscritto.

(15) Cfr. L’Archipel du Goulag: 1918-1956, essai d’investigation littéraire (Архипелаг ГУЛАГ), trad, fr., Seuil, Parigi 1973; Arcipelago Gulag, trad, it. a cura di Maurizia Calusio, introduzione di Barbara Spinelli, Mondadori, Milano 2001.