Scivolare inesorabilmente lungo un tubo senz’appigli, che si contorce, nello spazio, su se stesso e su noi stessi, avvitandosi e stantuffando, quasi sbuffando. Giù, giù. Senza fine apparente, senza luce, nel buio sempre più fitto, grosso, denso. Giù. In basso. Sprofondare, calare, scendere, abissalmente. Inutilmente si cerca un freno alla discesa, vorticosa, una presa, una piega, una ruga di quella superficie fredda di acciaio nero. Si scende, invece, senza fondo.
L’ultimo giorno dell’anno è così. Un salto senza rete, buio. Il rischio supremo, ultimo. Ultimativo. La sottilissima soglia fra il tutto e il nulla, l’essere e il niente, il tempo e il vuoto.
Ho sempre ritenuto che festeggiare la fine dell’anno fosse uno spreco di tempo in gozzoviglie prive di senso ed esclusivo omaggio a una convenzione. Sbagliavo. Di grosso.
Le convenzioni sono gravide, pregne, incinte di senso. Gonfie di significato, turgide di perché. Soprattutto quelle marcate ritmicamente sul calendario delle opere e dei giorni. Sono confini e ponti, punti del passaggio. Iniziano e terminano, iniziazione e fine. Marcano e segnano il terreno: il terreno del tempo. Un cancello che si apre o che si chiude. Le convenzioni cicliche sono liturgia.
Il sublimarsi di un anno in un altro è un momento decisivo che ferma il tempo per uno zeptosecondo. Un nonnulla impercettibile in cui la mutazione avviene senza ritorno. Ma il tempo, ciclico del calendario, torna: ciclicità lineare.
Si scivola giù giù, giù, e in un battere di ciglia si risale, e allora, d’improvviso, la luce esplode, maestosa, imponente, insopprimibile. Linearità ciclica.
Un solo istante letteralmente impercettibile e il tempo cambia. Il salto cieco spalanca gli occhi. Il passaggio è consumato, il ritmo riprende, ruota, ritorna, tutto è compiuto. Il calendario è una manifestazione del tempo e del suo Signore, Dio, che comprende e che abbraccia il tempo, che comprende e che abbraccia tutto, che dispiega e che vince il tempo, che dispiega e che vince tutto, che prende e che riconsegna il tempo, che prende e che riconsegna tutto.
Cadendo in basso, lungo il tubo-baratro dell’angoscia che precipita giù alla cieca, l’assurdo trova senso, ritrova il senso: l’assurdo ha senso, perché solo apparentemente è assurdo.
Il pugno nello stomaco della vertigine folle della corsa al ribasso della morte, dove tutto per un attimo muore e resta soltanto Dio, è l’onda che grandiosa rimonta. Finisce tutto alla fine del calendario e non siamo nulla. Poi rinasciamo con il calendario nel calendario, senza averne merito, in un attimo primordiale ritmico, ciclico. Ancora. Liturgico. Così accade nel tempo che torna, non tornando. Mai, sempre. Liturgia.
