Tolkien: leggere «Il lai di Aotrou
e Itroun» in italiano

Arrivano in Italia alcuni componimenti poetici in stile bretone che testimoniano il lavoro di ricerca dell’autore de «Lo Hobbit» per trovare le tadici popolari britanniche su cui creò la «Terra di Mezzo»

di Marco Respinti

L’identità culturale è il modo in cui una comunità umana vive nel tempo il proprio destino ultramondano, un’appartenenza reale che polverizza le scempiaggini di ogni presunta purezza razziale e di ogni falsa parentela ideologica. Per questo l’uomo la ricerca e l’accudisce, la tramanda e, se si buca, la rattoppa. Ritenendo che l’identità culturale della comunità umana inglese cui apparteneva fosse forte di carattere ma povera di quei miti che reggono ogni cultura come architravi e pilastri, J.R.R. Tolkien compose Il Silmarillion, Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli. A lungo accarezzò l’idea che quel suo legendarium surrogasse tale penuria. Un’altra sua via fu riscrivere in chiave personale miti attestati, dal Beowulf anglosassone al ciclo di re Artù, dal Sigfrido della Saga dei Volsunghi e dell’Edda poetica al Kalevala finnico fino ai lai della Bretagna celtica, composizioni poetico-musicali in rima baciata di argomento amoroso o fantastico.

Esce ora da Bompiani Il lai di Aotrou e Itroun, che Tolkien compose nel 1930 di framezzo al canto X del Lai del Leithian, uno dei testi più ricchi de La storia della Terra di Mezzo (12 volumi di incompiuti e prime versioni, più uno di indici, usciti postumi fra 1983 e 1996). Al tempo Tolkien esplorava il mondo celtico, una delle sue due fonti di ispirazione; l’altra era l’universo norreno (ne tratta Marjorie J. Burns, docente emerita di Inglese nella Portland State University, in Oregon, in un’opera raffinata del 2005, Perilous Realms: Celtic and Norse in Tolkien’s Middle-earth). Lo affascinava il gallese (su cui modellò l’idioma elfico Sindarin) e il mondo spettrale del celtismo.

Il lai di Aotrou e Itroun uscì nel dicembre 1945 sul periodico specialistico Welsh Review, diretto da Gwyn Jones, amico e crocevia vivente degli interessi di Tolkien: Jones era infatti uno storico gallese che traduceva letteratura scandinava. A restituire il lai al mondo nel 2016 in forma di libro (dopo alcuni bootleg) è stata Verlyn Flieger, docente emerita nell’Università del Maryland di College Park, autorità tolkieniana indiscussa, oggi 90enne, con l’assistenza filologica di Christopher Tolkien, a cui non si sarà mai grati abbastanza per la ricostruzione di perle della produzione paterna.

In appendice vengono proposti i componimenti noti come The Corrigan Poems, in italiano Le poesie della fata maligna. Ora, il corrigan è una figura del popolo fatato tipica della Bretagna, una sorta di folletto per lo più malevolo. Nei componimenti tolkieniani è femmina, di carattere stregonesco, e queste poesie sono tutt’altro che una giustapposizione. Sono infatti la vera origine testuale di cui Il lai di Aotrou e Itroun è poi uno sviluppo, attorno a un tema classico della fiaba: con una malia, spesso una danza, un essere fatato attira un uomo nel proprio mondo dalle sbarre dorate e quando questi, a fatica, ne esce, apparentemente dopo pochi minuti, sono trascorsi in realtà decenni, il mondo è cambiato, gli affetti sono morti, e lo sconforto, forse persino la disperazione imperano. John Keats ne trasse nel 1819 La belle dame sans merci e la stoffa è il topos ancestrale della femme fatale. Luca Manini traduce con grazia e attenzione testi complessi, e per questo l’offerta Bompiani degli originali tolkieniani a fronte è impareggiabile.

Ma il succo di questa storia sfuggirebbe se non si concentrasse l’attenzione su una notazione che la Flieger lascia cadere en passant nonostante il suo valore enorme. Il lai e le poesie alla bretone di Tolkien sono riscritte da Barzaz-Breiz: Chants populaire de la Bretagne di Théodore-Claude-Henri Hersart de La Villemarqué, pubblicate nel 1839, e Villemarqué non passò di là per caso. Era un cercatore e un raccoglitore, figlio di «un movimento folkloristico sviluppatosi nel diciannovesimo secolo, che interessò l’Europa e le isole britanniche e che fu un estremo tentativo di cogliere e preservare le ballate e le fiabe popolari che stavano, allora, svanendo rapidamente». Lo stesso movimento che scomodò i bei nomi dei fratelli Grimm, di Francis James Child, di Elias Lönnrot. «Lo scopo», osserva la Flieger, «era recuperare (o, nel caso di Tolkien, fornire) una tradizione popolare che avrebbe contribuito a stabilire e convalidare un’identità culturale»: «lo sforzo che stava dietro tutto questo non era solo quello di preservare le storie, bensì di scoprirne le tradizioni culturali e, soprattutto, la lingua, il lessico spesso arcaico o il dialetto regionale che avevano in sé i resti di una mitologia e di una visione del mondo ormai perdute o sommerse, ossia le radici della cultura autoctona». Tolkien fece parte, a modo proprio, di quel movimento di conservazione e ricostruzione.

Quanto ai contenuti degli esperimenti bretoni, Tolkien passò presto oltre. Concluse (lo scrive nell’epistolario) che i chiaroscuri del mondo celtico fossero insufficienti e intraprese un’altra strada. L’inquietante corrigan delle selve divenne così la dama, terribile e bella, dei boschi, Galadriel, modellata sulla beltà della Madonna. «Là, in Bretagna, là oltre le onde/ son risonanti prode e cave grotte;/ là, in Bretagna, là, oltre i mari,/ tra gli alberi trascorre sempre il vento». Così si conclude Il lai di Aotrou e Itroun: «Or tutto è detto del signor, della sua dama:/ essi son morti e Dio dia loro quiete!/ Triste è la melodia, e triste è il lai,/ ma l’allegria non incontriamo noi ogni giorno./ Ci guardi Dio, in speme e con preghiere,/ dalla disperazione e il mal consiglio;/ presso le acque sante del cristiano credo/ viver ci faccia, insin che giungeremo/ alla gioia del Ciel, dov’è regina/ la pura e immacolata Vergine Maria».

Pubblicato con il medesimo titolo,
in Libero quotidiano, anno LVII, n. 303, Milano 3-11-2023, p. 26.
L’articolo sul sito di Libero quotidiano.

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