Russell Kirk:
gli Stati Uniti conservatori
ed europei

L’opera più importante del conservatorismo nordamericano, “The Conservative Mind” di Russell Kirk, compie 70 anni. Ecco perché all’Europa (e all’Italia) serve leggerla e rileggerla

di Marco Respinti

A 70 anni compiuti, The Conservative Mind di Russell Kirk (1918-1994) è un libro giovane. Lo si può leggere e lo si può descrivere in modi diversi, e in quasi tre quarti di secolo lo si è fatto. Uno dei modi teoricamente più evidenti, ma spesso trascurato a livello pratico, è però considerarlo una genealogia. Ovvero la linea di discendenza di una famiglia di pensiero che ha per capostipite lo statista irlandese Edmund Burke (1729-1797) e che, lungo l’itinerario, presenta ritratti e cammei intellettuali di tanti autori diversi, in sé talvolta difficili da accostare l’uno all’altro, se non fosse proprio per le ascendenze burkeane, dirette e indirette, totali o parziali, che li connotano.

Burke è stato uno dei più importanti sostenitori e difensori della tradizione del diritto naturale, inteso in prospettiva aristotelico-cristiana, del secolo XVIII, probabilmente persino il più lucido. La sua filosofia è scaturita dall’azione politica e legislativa concreta esercitata nel parlamento di Londra per quasi tre decenni ed è stata temprata mediante stress-test davvero nodali e di carattere internazionale. Tra questi, i più rilevanti sono la difesa dei diritti dei coloni britannici nell’America Settentrionale e l’ascesa di un’idea anticristiana di Stato, sancita dalla Rivoluzione Francese (1789-1799). Per molti aspetti, questi avvenimenti si pongono agli estremi opposti dello spettro politico e culturale, proiettando le proprie ombre rispettive sui secoli successivi.

In The Conservative Mind, Kirk ripercorre il filone burkeano su entrambe le sponde dell’Atlantico (come amava dire) come a offrire una risposta e una confutazione specificamente anglo-americana all’Illuminismo e al giacobinismo francesi. E, all’interno di questo quadro, Kirk getta le basi e articola un modo specificamente americano del pensare, che chiama «conservatorismo».

Ancorché dalla pubblicazione del magnum opus di Kirk, nel 1953, quel termine sia stato abbondantemente usato, e abusato, all’epoca la parola veniva raramente applicata seriamente e argutamente alla cultura e alla politica. È stato infatti Kirk a investire di dignità e a nobilitare il conservatorismo, inquadrandolo proprio all’interno del filone burkeano. Per Kirk, quindi, il conservatorismo si traduce in un rifiuto fondamentalmente giusnaturalista e cristiano (in senso ampio) delle ideologie come antipodi dell’Illuminismo (soprattutto quello di marca francese) e del giacobinismo. E non solo il conservatorismo in generale, ma in particolare il conservatorismo americano.

Del resto sarebbe opportuno domandarsi se il conservatorismo non sia in sé un fenomeno prettamente anglosassone, nel senso di essere forse la risposta dell’Anglosfera burkeana al giacobinismo, visto che l’espressione stessa sembra essersi originata nei circoli burkeani di Francia, in particolare su Le Conservateur, il periodico che per 18 mesi, dal 1818 al 1820, venne pubblicato a Parigi da François-René de Chateaubriand e da altri antirivoluzionari di pari convinzioni. Se il caso fosse questo, manifestazioni analoghe del pensiero antirivoluzionario in altre sfere culturali del mondo meriterebbero allora nomi diversi, ma naturalmente non si tratta solo di una questione di nomi e di nominalismo. Quel che è sicuro è che Kirk intenda il conservatorismo come burkeano e gli Stati Uniti d’America autentici come conservatori burkeani. I suoi lavori dedicati alla filosofia di Burke, alla Costituzione statunitense e alla cultura britannica degli Stati Uniti lo testimoniano a lungo e in profondità. Ma, piuttosto consapevolmente, tutto questo rivela un aroma distintamente europeo.

I coloni britannici dell’America Settentrionale erano infatti europei (le isole britanniche sono sempre state europee, come ha sottolineato G.K. Chesterton), la Rivoluzione Francese fu una devastazione europea e Burke, difensore dei primi e primo critico della seconda, era europeo. Naturalmente, l’origine europea del conservatorismo kirkiano non è però solo un fattore causale. Come dimostra in Le radici dell’ordine americano del 1974 ‒ un libro che dà il meglio di sé se letto in parallelo con The Conservative Mind, e viceversa ‒ la mentalità e lo spirito delle colonie dell’America Settentrionale e la fondazione del nuovo Paese, gli Stati Uniti, nel 1776, sono una rielaborazione originale della cultura europea che né mai recide i legami con i propri antecedenti, né mai dovrà farlo. Stando a Kirk e al suo enunciato profetico, sono solo questa coscienza e questa identità che possono fornire agli Stati Uniti gli antidoti per resistere, per combattere e per possibilmente sconfiggere le sirene dell’ideologia e dell’ideocrazia originatesi e basate sulla Rivoluzione Francese e sulla sue propaggini, così come esse vengono prolungate nel tempo da ogni regime dispotico e da ogni totalitarismo, si presentino nella forma di una dottrina armata (come si esprimeva Kirk) o siano di natura relativistica.

L’approccio privilegiato da Kirk è dunque tanto originale quanto gravido di conseguenze. Lo si è pure frainteso o confuso con altre semi-ideologie spurie. Ma per Kirk ‒ come The Conservative Mind illustra ‒ quell’approccio pone una questione dirimente. Aperto alla discussione e ai contributi intelligenti, Kirk era al contempo del tutto inamovibile: il conservatorismo o è burkeano o non è. E gli Stati Uniti o sono conservatori burkeani o sono solo un altro penoso esperimento di progressismo, del tipo disastroso denunciato da J.R.R. Tolkien nella poesia Mitopoeia del 1931: «Non camminerò assieme alle vostre scimmie progressiste, erette e sapienti. Davanti a loro si spalanca l’abisso oscuro verso cui procede quel progresso, qualora a quel progresso la misericordia di Dio non dovesse porre fine ed esso dovesse battere e ribattere il medesimo sterile corso soltanto cambiando di nome».

Il lettore europeo dovrebbe prendere nota. Perché una delle menti più brillanti dell’Anglosfera del secolo XX, uno degli uomini di lettere e degli intellettuali americani più influenti, il padre stesso del conservatorismo americano moderno ha affermato con nettezza che gli Stati Uniti o sono conservatori o non sono niente, che gli Stati Uniti o sono europei o non sono niente, e che gli Stati Uniti conservatori “europei” sono l’unica radice e l’unica speranza per gli Stati Uniti stessi.

Ora, Kirk descrive il lignaggio conservatore americano, parallelo alla genealogia burkeana del conservatorismo, rivisitando quella dicotomia piuttosto comune che si è usi stilare tra Atene e Gerusalemme. Per Kirk, l’eredità composita e ricca di Gerusalemme, Atene e Roma, amalgamata dal cristianesimo, è stata di fatto assunta, “tradotta” e ricreata da Londra per produrre, a Filadelfia e a Washington, l’ordine coloniale americano, in un momento di salutare oblio da parte (così Kirk lo considerava) del Leviatano. Concentrandosi su questa descrizione, in The Conservative Mind gli europei possono trovare non solo un’interpretazione, bensì un’ermeneutica della continuità che offre un approccio agli Stati Uniti autentici radicalmente diverso da quello della vulgataliberal e liberale che andrebbe se non altro considerata una valida ipotesi di lavoro per studi e per riflessioni più approfondite. Tra gli europei, sono soprattutto gli italiani ‒ data l’importanza che la classicità romana ha per gli Stati Uniti, illustra Kirk ‒ a poter trovare strumenti utili per comprendere come mai gli eredi attuali del giacobinismo (liberali, socialisti, comunisti e fascisti), che mirano a distruggere l’Europa classica e cristiana da cui Kirk ragiona essere sorti gli Stati Uniti, sono pure volgarmente antiamericani… così come antiamericani sono quei cristiani culturalmente lapsi che si sono abituati a vivere come dhimmi di dette ideologie.

Pubblicato con il medesimo titolo in Laboratorio sul conservatorismo,
sezione del sito Internet di Alleanza Cattolica, Milano, 2 dicembre 2023,
come versione in lingua italiana di The Conservative Mind” at 70 for Europe,
pubblicato in
The Imaginative Conservative, Houston, Texas, il 28 novembre 2023

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